(Ben)venuti - Marzo 2017

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LE BUONE ABITUDINI

 

Un’alternativa ai CAS. L’accoglienza in famiglia

In questa rubrica dedicata alle ”buone pratiche” relative all’accoglienza, vorremmo segnalare ciò che di interessante incontriamo nel nostro cammino di scoperta e analisi del fenomeno. Nel parlare di accoglienza, come sempre, non possiamo non sottolineare la totale disomogeneità e casualità del sistema. Ma in questa confusione, talvolta ci è capitato, e ci capita tuttora, di imbatterci in alcune esperienze di eccellenza, dove ciò che viene messo in atto è frutto di un pensiero e di una elaborazione coerente e attenta. Non solo da parte dell’ente gestore, ma anche delle Istituzioni che si possono rivelare aperte e disponibili al nuovo.

 

In questo numero ci spostiamo dalla provincia di Milano e dalla Lombardia per descrivere l’esperienza rara (sono pochissime le prefetture che accettano progetti di questo tipo) e decisamente innovativa realizzata da una Onlus in provincia di Asti (Piemonte). Si tratta della Piam Onlus, già gestore di un CAS e di uno SPRAR. Alberto Mossino, presidente di Piam, spiega al Naga come questo progetto sia nato nell’aprile del 2014 quando i posti disponibili nei centri collettivi dell’astigiano erano ormai esauriti. Nasce così un’idea, in gestazione da tempo, ma che non aveva ancora avuto modo di realizzarsi. La Onlus decide, con l’aiuto di una serie di associazioni di migranti operanti sul territorio, di scegliere alcune famiglie, selezionate e disponibili, a cui affidare alcuni richiedenti asilo, desiderosi di entrare a vivere in un nucleo familiare.

 

Prendono così il via i primi progetti di accoglienza in famiglia di richiedenti asilo, che oggi rappresentano gran parte dell’accoglienza gestita dalla PIAM. Vi partecipano, volontariamente e solo dopo una permanenza di circa due mesi in un CAS, uomini e donne, di cui alcune ragazze madri o vittime di tratta, e anche intere famiglie. Il processo non è semplice perché coinvolge, oltre che i richiedenti asilo, le famiglie che si sono rese disponibili a ospitarli in cambio di un contributo economico a copertura delle spese relative al vitto, all’alloggio e all’igiene personale. Una volta selezionate le famiglie, si cerca di combinarle al meglio con i richiedenti asilo sulla base di elementi personali, culturali e pratici, come per esempio i requisiti di spazio. Le famiglie attive sono quasi tutte straniere. Più difficile è gestire questo percorso con le famiglie italiane, spiega Mossino, che tendono a confonderlo con un’adozione e sono spesso eccessivamente inclusive.

 

L’accoglienza in famiglia non è sempre un esperimento vincente. Nella maggior parte dei casi, però, si rivela un’ottima soluzione: porta a maggiore indipendenza e autonomia, può contribuire ad accelerare l’inserimento sociale e lavorativo. Alla domanda se questo tipo di accoglienza sia migliore degli altri, Mossino risponde di essere convinto che ogni richiedente asilo, essendo un essere umano, ha una sua specificità. Il vero vantaggio sta, quindi, nella possibilità di poter scegliere l’accoglienza più adeguata, rispondendo così ai bisogni e alle esigenze di ciascuno.

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