(Ben)venuti - Luglio 2017

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IL DIARIO

 

 

Lo splendido isolamento del richiedente

Il nostro gruppo continua incessantemente a macinare visite nei Cas disseminati nella provincia milanese. Nelle aree della città metropolitana corrispondenti ai quattro punti cardinali. Questa è la cosiddetta accoglienza diffusa, di cui tanto si parla, che sembra essere diventata per tutti coloro che si occupano di queste tematiche, noi compresi, la panacea di tutti i mali (o quasi). Ma lo è davvero? Cosa vuol dire realmente? E nel tentare di rispondere a questa domanda, ci aggiriamo in appartamenti situati in vecchie cascine, o in mansarde nel centro storico di paesi con una loro antica tradizione e con percorsi turistici di tutto rispetto. Due ragazzi della Costa d’Avorio qua, quattro nigeriani là, sei pakistani laggiù, sparsi per ogni dove. Sistemazioni più che dignitose, appartamentini ben tenuti, nulla da dire. Un operatore zelante che una volta alla settimana, talvolta anche due, percorre chilometri per raggiungere le singole abitazioni e portare (oltre alla spesa) anche un sorriso, due parole. Sì, due parole. Difficile parlare con i vicini quando si è arrivati da poco e l’italiano è ancora un idioma sconosciuto. Difficile conoscere persone, capire come si vive dalle nostre parti. Senza collante non si riesce a tenere unito un bel niente. Troppo rare le attività di gruppo e un vero progetto volto al coinvolgimento, alla socializzazione, alla valorizzazione di capacità e risorse personali. Quando va bene, le attività proposte, dal calcio, ai corsi di formazione, al volontariato offerto al paese per essere visti di buon occhio e “non stare tutto il giorno senza fare nulla”, senza dubbio aiutano. Ma quando tutto questo non c’è, per mille motivi (dalla mancanza di organizzazione interna degli enti gestori, alla cattiva volontà di alcuni comuni ospitanti che in nulla collaborano per aiutarli, fino al parroco che non sempre sembra seguire i dettami base della sua Chiesa), gli ospiti vivono in un vero e proprio limbo, fuori dal mondo. I tempi sempre più lunghi del loro percorso legale, con la prospettiva davanti a sé di un finale a sorpresa che potrebbe rigettarli nell'irregolarità, non aiutano a rendere più salda la loro determinazione. La mancanza di una rete attorno a loro, l’isolamento in cui spesso si ritrovano, li spinge verso una visione estremamente pessimistica sul proprio futuro.

(Ben)venuti - Maggio 2017

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IL DIARIO

 

 

I non luoghi dell’accoglienza

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Fotografia: una casetta di fortuna costruita da alcuni rifugiati


Le nostre visite ai Centri di accoglienza straordinaria continuano con la loro ormai consueta cadenza bisettimanale, dandoci di volta in volta una visione e una percezione diversa della realtà. Inutile dire che ci troviamo di fronte a un sistema che si muove come un bradipo stanco. A ondate le persone vengono spostate da un luogo a un altro, per fare posto ai nuovi arrivi. Difficile trovare continuità nelle pratiche, per le troppe difficoltà da affrontare quotidianamente, per le emergenze da tamponare, ora dopo ora. Uno degli aspetti che più colpisce nel nostro girare è il ritrovarsi spesso in luoghi che luoghi non sono. Stanze, quando ci sono, pareti, letti, armadietti, bagni, stanza tv e ricreazione (da cosa poi?), refettorio, lavatrici, stendini, ufficio operatori… tutto nella norma, come previsto dal bando. Figure silenziose, chine sul proprio cellulare (la finestra sul passato, ma anche, sul futuro, quale però?), con sguardi persi nel nulla, in attesa, in perenne attesa. Quello che ci colpisce è che, talvolta, (troppo spesso dal nostro punto di vista), questi luoghi di accoglienza non hanno un’anima, non hanno vita e, quindi difficilmente riescono a trasmettere calore, speranza. E il paradosso è che troviamo più personalità, più dignità in un rifugio di fortuna fatto in mezzo alla boscaglia, in una piega dimenticata della nostra città, che in un Cas adiacente, con tutti i requisiti richiesti assolti. Insomma, tutto in regola, niente in ordine.

(Ben)venuti - Marzo 2017

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IL DIARIO

 

 

Quando l’albergo diventa un Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS).

Una delle tante sorprese riservate dal nostro sistema di accoglienza è senza dubbio l’utilizzo di strutture alberghiere per ospitare i nuovi arrivi di migranti, richiedenti asilo...

3 marzo 2017. Abbiamo chiamato il proprietario di un albergo della provincia di Milano, già visitato alla fine del 2015, per chiedergli un nuovo appuntamento che, senza difficoltà, riusciamo a ottenere. Partiamo in macchina. Siamo due volontarie, una di noi non conosce il luogo e la persona. Non abbiamo grandi aspettative.Si tratta infatti di una delle tante strutture ricettive diventate centri di accoglienza dopo l'emergenza nord Africa.

Arriviamo così in uno dei tanti alberghetti dell’hinterland milanese, piegato da una crisi feroce che ha messo in ginocchio molte aziende medio piccole. Anche questo hotel, come molti altri, ha cominciato a perdere avventori, troppi per riuscire a far quadrare il bilancio di un esercizio di piccole dimensioni e a gestione familiare, come questo.

 

Entrare nel grande business dell’accoglienza poteva essere una via d’uscita per il proprietario dell’hotel. Nella nostra visita di fine 2015, avevamo trovato una situazione, che a mano a mano che ci addentravamo nel mondo dell’accoglienza, abbiamo scoperto essere tipica del nostro paese: impreparazione, approssimazione, mancanza totale di formazione e, quando va bene, come in questo caso, tanta buona volontà. Tentare di far quadrare i conti non ha in sé nulla di male, farlo sulla pelle degli altri invece sì. E così dopo i primi anni di gestione difficile e lacunosa, con ospiti sempre più scontenti perché privi di orientamento sul territorio e senza aiuto dal punto di vista legale, il proprietario, a ottobre 2016, ha deciso di rivolgersi a una cooperativa sociale, una delle tante nate da alcuni anni sul territorio, affidandole la gestione diretta dei richiedenti. Il suo compito è rimasto quello dell’organizzazione e della ristrutturazione della struttura. Una parte dei 35 euro a persona al giorno che riceve dalla prefettura va alla cooperativa: 8 euro a ospite al giorno per l’esattezza. È con malcelato orgoglio che mostra le migliorie ancora in divenire, come l’attivazione di nuovi bagni (la convenzione prevede 1 bagno ogni 6 persone e qui in funzione ce ne sono meno), di uno spazio per l’infermeria, così come di una piccola stanza per mangiare, per chiacchierare e ritrovarsi. Gli ospiti in questo periodo sono 30, provenienti dal Ghana, dall’Eritrea e dalla Guinea. Il clima disteso mostra una situazione nettamente migliore dei primi anni. Il presidente della cooperativa, un ex cuoco e i suoi operatori, fra i quali una assistente sociale, da poco catapultata dalla Calabria, alle prese con un territorio a lei del tutto sconosciuto che compensa il suo spaesamento geografico (quasi pari a quello degli ospiti) con una buona empatia nei loro confronti, stanno seguendo i richiedenti.

 

Non hanno mai avuto a che fare, neppure loro, con questa realtà e si stanno formando giorno per giorno. Il ristorante dell’albergo è ancora in funzione. Qui di avventori ce ne sono un bel numero sia a pranzo sia a cena e quindi il proprietario lo ha lasciato aperto, richiamando anche uno dei suoi vecchi ospiti, che ottenuta la protezione era partito per la Germania. “Eravamo rimasti in contatto e quindi visto che avevo bisogno in cucina l’ho chiamato e lui è tornato subito. L’ho assunto e ora vive qui con noi”, racconta. E visto che le cose procedono e gli affari vanno bene, finalmente il bilancio comincia a quadrare, ecco che 6 degli ospiti attualmente presenti in struttura verranno trasferiti in un appartamento preso in affitto in un paese vicino, lasciando il posto in albergo a 6 nuovi arrivi.

 
 I materiali e i riferimenti specifici del sopralluogo non vengono divulgati, ma restano a disposizione della redazione.

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