Interviste ai volontari del Naga

 

STEFANO, MEDICO, 59 ANNI


Come hai conosciuto il Naga?

 

Grazie a contatti di amici e conoscenti. Ai tempi del primo ed unico sindaco leghista di Milano, Formentini, facendo parte di un gruppo politico molto attento al tema dell'immigrazione, ho pensato di finalizzare il mio pensiero con attività di volontariato. Le attività del Naga non si riducono all'erogazione pura e semplice di prestazioni socio-sanitarie, ma si completano e si arricchiscono con una particolare attenzione alla tutela dei diritti e attività d'informazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Per questi motivi mi sono avvicinato all'associazione.

 

Cosa fai all'interno del Naga?

 

Ho fatto il medico per 13 anni, dal febbraio 1996 fino allo scorso anno. Sono stato attivo sia nell'unità mobile di Medicina di Strada che presso l'ambulatorio generale. Al momento ho interrotto l'attività clinica, ma continuo a partecipare regolarmente alle attività del Naga collaborando con le attività di comunicazione e con la Direzione sanitaria.

 

Cosa ti piace del Naga?


Apprezzo il particolare modo di operare dell'associazione che coniuga l'erogazione di servizi con la mobilitazione per la tutela dei diritti. Inoltre condivido la natura estremamente politica dell'associazione, ma contemporaneamente lontana dai partiti. Infine, ho sempre trovato stimolante la varietà di idee che il Naga riesce a far convivere al suo interno: storie, biografie, ideologie molto differenti, ma che convogliano tutte sulla tutela dei diritti.

 

Ti va di raccontarmi un episodio?


Ci sarebbe l'imbarazzo della scelta, in 13 anni di attività... Al Naga si incontrano persone con una biografia complessa, ammirevoli per il coraggio con cui lasciano il proprio Paese. Non mi riferisco solo ai percorsi più rocamboleschi, come chi dal Sudan attraversa la Libia e poi arriva in Italia agganciato sotto un tir, o quelli che dall'Afganistan viaggiavano su tetti dei treni per poi morire fulminati dalle scosse elettriche, ma anche a tutti coloro che entrano in Italia con un permesso turistico e poi diventano cittadini stranieri irregolari. E'emozionante vedere la nostalgia che il distacco dai propri cari comporta, situazioni in cui spesso è necessaria la delega della cura dei propri figli ai genitori. Il paradosso è che, poi, una volta qui, sono proprio loro ad occuparsi prevalentemente dei servizi alla persona curando gli anziani o i bambini. In un mondo meno iniquo avrebbero prestato cure ai loro cari, invece si trovano costretti a farle diventare un lavoro e a svolgerle qui in modo "mercenario". Inoltre, non potendo ritornare nel proprio Paese perché irregolari, spesso seguono da lontano le vicende della loro famiglia e vengono vissute da lontano anche vicende drammatiche come la morte di un familiare, che diventano episodi devastanti nelle biografie personali. Ho sempre apprezzato anche l'elasticità progettuale dei migranti, che affrontano difficoltà che per la maggior parte degli italiani, inclusi nei diritti di cittadinanza, sarebbero impossibili da gestire.

 

ANNA, IMPIEGATA NEL SETTORE SOCIALE, 33 ANNI


Come hai conosciuto il Naga?


Tramite passaparola fra amici; era il 1996 e cercavo un'associazione che organizzasse dei corsi di italiano per stranieri. Mi interessava la tematica dell'immigrazione e credevo che l'insegnamento dell'italiano potesse essere un aiuto concreto.

Perché hai scelto il Naga?


E' stata una scelta casuale, ma mi è piaciuto molto, da subito, l'orientamento dell'associazione in difesa dei diritti: non solo assistenza, ma rivendicazione. È un'associazione molto vivace che mi ha permesso di crescere professionalmente, ma sopratutto a livello umano e personale.

 

Cosa fai all'interno del Naga?


Ho collaborato con vari servizi del Naga. I primi tempi, in cui frequentavo ancora l'Università, la Facoltà di Psicologia, ho collaborato con il servizio di accoglienza, successivamente ho fatto parte del gruppo di Etnopsichiatria, della di Medicina di Strada, dell'Osservatorio e ho collaborato alla nascita del Centro Naga-Har per ricedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura. Attualmente faccio parte del consiglio direttivo dell'associazione.

 

Hai collaborato con tutti i gruppi, deve esser stato molto interessante...


Si, ogni gruppo ha le sue ricchezze. L'esperienza più coinvolgente è stata, senza dubbio, quella in accoglienza, sia perché è stata la prima, sia per il contatto umano con tante persone diverse. Sono stati molto emozionanti anche i colloqui con le vittime di tortura con i quali mettevamo insieme la documentazione da inviare alla Commissione per il Riconoscimento dello status di Rifugiato. Particolarmente intense anche le uscite con Medicina di Strada che mi hanno permesso di conoscere più a fondo le aree dismesse della città e le persone che le abitano. Infine è stata stimolante anche l'elaborazione dei dati socio anagrafici per l'Osservatorio e la realizzazione del nostro primo rapporto, utile per dare un senso complessivodell'attività del Naga e per cercare di trasmettere un messaggio alla cittadinanza.

 

 

CONCETTA, INFERMIERA, 23 ANNI


Come hai conosciuto il Naga?


Circa due anni fa, studiavo Scienze Infermieristiche all'Università di Catania e ho conosciuto il Naga attraverso una pubblicazione del GrIs Sicilia (Gruppo locale Immigrazione e Salute). Concluso il mio percorso universitario, un anno fa, sono venuta a Milano per lavoro ed ho contattato il Naga.

 

Cosa fai all'interno del Naga?


L'infermiera: fornisco prestazioni infermieristiche, affianco i medici, oltre ad occuparmi di altre questioni organizzative dell'ambulatorio.

 

Perché il Naga? Cosa ti piace?


Il Naga mi piace perché lavora sul territorio sopperendo ad una mancanza che negli ospedali è forte: fornire assistenza a tutte le fasce della popolazione. Mi permette di mettere in pratica quello che ho studiato e di mettermi in gioco in prima persona. Inoltre, mi piace molto essere a contatto con persone così diverse fra loro, sperimentare, attraverso questi incontri, le differenze culturali e di comportamento e riuscire ad apprezzare quanto è bello aprirsi a nuove esperienze. Le chiacchiere accese, le grida dei bambini, i caratteristici modi di vestire, sono qualcosa che mi resta anche al "termine del mio turno" e che mi dà allegria.

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