Nagazzetta aprile 2016

l'intervista

 

Cronache dall’attesa

 

Alla fine di marzo Annapaola, Arianna e Maria Antonietta, tre volontarie del Naga, hanno visitato per quattro giorni il campo profughi di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia. Abbiamo raccolto le loro impressioni.

 

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Foto: Idomeni



Quale situazione avete trovato al vostro arrivo?

La situazione è critica poiché il confine è stato progressivamente chiuso. Ad oggi non passa più nessuno. Tra Idomeni, campo sorto spontaneamente a ridosso della frontiera dove stanziano circa 10/12000 persone –– e i campi gestiti dall’esercito greco (come Diavata) o altri campi improvvisati nelle vicinanze (come Polikastro), le persone aspettano, nonostante tutto di continuare il proprio viaggio o capire come avviare il processo per il riconoscimento dello status di rifugiato o di ricollocamento. Quello che ti colpisce giungendo sul posto è proprio la folla enorme: siriani e iracheni in maggioranza, tantissime famiglie, donne incinte (si parla di seicento), molti bambini. Per il transito fino alla Grecia le somme richieste sono significative. Tutto sarebbe necessario, ma per prima cosa le persone dovrebbero poter disporre di una lingua in cui capire cosa sta accadendo, che cosa devono fare, come lo devono fare. Non tutti possiedono un cellulare con connessione internet e comunque sul posto, in piena campagna, la copertura di rete è precaria, la ricarica problematica, perché non sempre e non dappertutto c’è la luce, nonostante le postazioni di elettricità allestite dai volontari. Le condizioni estreme in cui i profughi vivono da mesi – alcuni sono però in viaggio da molto di più, con lunghe soste in tappe intermedie, soprattutto in Turchia – alimentano una lotta tra poveri in cui si accentuano le discriminazioni fra i diversi gruppi di migranti. Le organizzazioni umanitarie, con la flebile eccezione di Medici senza frontiere, non forniscono il supporto necessario, essendo spesso presenti con pochi operatori ed anzi spesso con la loro presenza contribuiscono a legittimare lo stato di cose.  E’ soprattutto una fitta rete di volontariato da tutto il mondo che si adopera per contrastare la disumanizzazione che si produce nel degrado di un’attesa per lo più senza speranza: un numero esiguo di persone al giorno riesce a ottenere un appuntamento all’Ufficio per i richiedenti asilo.

Quali sono gli aspetti più critici che vi hanno colpito?
Premettiamo che non è stato possibile contattare esponenti governativi e tutte le informazioni che abbiamo ricevuto provengono dai volontari che abbiamo incontrato. Visitando i campi abbiamo capito che il diritto di asilo, di cui tanto si parla, qui è totalmente disatteso. Solo una esigua minoranza riesce a far pervenire la domanda. La procedura è del resto costruita per essere un ostacolo: per ottenere un appuntamento con l’Ufficio di Salonicco occorre connettersi via skype con la sede, ma ciò è possibile solo per un’ora al giorno, a giorni alternati in relazione alla lingua di origine, di fatto un solo giorno alla settimana. Ammesso poi che la connessione funzioni… Questo è anche l’unico modo per fornire la foto segnaletica necessaria. E una volta ottenuto l’appuntamento, occorre andare in città in un luogo difficile da raggiungere dove il trasporto, nemmeno a dirlo, è a proprie spese. Accanto alle disumane condizioni generali di sopravvivenza nel campo, particolarmente drammatica è la carenza di informazioni da parte delle organizzazioni, soprattutto nei campi gestiti dall’esercito diffusi nell’entroterra greco, dove i volontari indipendenti non possono accedere e negli altri accampamenti spontanei nei pressi della frontiera. L’informativa legale, viene fatta da attivisti e volontari indipendenti, che attraverso un infotent danno indicazioni cercando con enormi sforzi di colmare un vuoto e, ad oggi, forniscono la possibilità di connettersi a Skype, per quanto possibile. Le informazioni legali non possono evidentemente raggiungere la maggioranza sia per questioni logistiche sia per la difficoltà di dare info certe in una situazione cosi mutevole, dove non è dato sapere quali restrizioni materiali al diritto d’asilo saranno messe in campo domani.

In base alla vostra esperienza, come potrebbe intervenire il Naga con le sue competenze e in coerenza col suo progetto di essere più incisivo nelle emergenze attuali?
E’ una domanda che ci ha accompagnato per tutto il viaggio e ci sembra di poter indicare due direzioni in cui il Naga potrebbe essere utile.  Da un lato, vista la rapidissima evoluzione delle normative, sarebbe di primaria importanza collegarsi con quanti già operano nei campi per svolgere un’attività di monitoraggio costante e, laddove necessario, di supporto legale. Dall’altro lato, si dovrebbe anche mettere in evidenza e tutelare il lavoro che gli attivisti stanno svolgendo. Sono loro a essere in contatto quotidiano con i richiedenti asilo e con le loro necessità più urgenti, a orientarli e a dare le informazione che le autorità non sanno o non vogliono fornire. Ci è stato riferito che attualmente è in atto da parte della polizia greca un processo di boicottaggio del loro intervento, probabilmente funzionale alle attese dell’Europa. Il Naga potrebbe dunque impegnarsi anche in un’opera di denuncia e di supporto legale all’operato degli attivisti. Mantenere i contatti con loro è fattibile: occorre potenziare la rete che già si è avviata per monitorare e rendere pubblico ogni tentativo di osteggiare il loro lavoro e sostenerli nei tempi ancora più duri che si stanno preparando.  
  


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