Nagazzetta - Giugno 2015 -

ANALISI

 

Europa a picco

 

I migranti mettono a nudo un continente in frantumi. Unico collante, il business per respingerli e contenerli: 13 miliardi in 15 anni

 

E’ da anni che l’immigrazione è un argomento politicamente esplosivo in Europa. Elezione dopo elezione, in tutti i paesi della Ue crescono i partiti xenofobi (con la sola, parziale, eccezione della Germania, ma anche qui iniziano segnali inquietanti, con l’irruzione sulla scena politica dell’Afd e delle manifestazioni di Pegida). La crisi attuale e le tensioni nei punti di frizione, come Ventimiglia, portano alla luce del sole sia l’assenza di una politica migratoria comune (ogni stato resta “sovrano” su questo fronte), sia la mancanza di solidarietà tra i paesi della Ue.

Simboli e muri
Trent’anni fa nasceva Schengen, un accordo prima a 5 (Francia, Germania, Benelux), poi esteso fino agli attuali 26 paesi (4 dei quali non Ue); voleva essere un simbolo concreto dell’unificazione del continente prima ancora della caduta del Muro di Berlino, una realizzazione della promessa di libera circolazione già contenuta nel Trattato di Roma, dell’Europa dei cittadini, come il programma Erasmus per gli studenti e, più tardi, come l’euro per quanto riguarda l’economia. Ma oggi, dopo un decennio di crisi economica, anche di Schengen i cittadini vedono soprattutto il lato negativo: delle frontiere esterne a difesa di un’Europa-fortezza, con i paesi di “primo fronte” sotto accusa perché giudicati (Italia, Grecia) incapaci di fare i gendarmi come dovrebbero(di qui le forti critiche a Mare Nostrum, accusato di essere un “richiamo” per candidati alla migrazione, oggi sostituto da Triton) e di non rispettare i regolamenti di Dublino, che prevedono la schedatura e il trattamento amministrativo di ogni singolo caso di migrazione nel primo paese di arrivo. La crisi ha favorito, ultimamente, la costruzione di “muri”: materiali, come il progetto dell’Ungheria ai confini con la Serbia (una recinzione di 175 km alta 4 metri), o quelli già eretti in Grecia, in Bulgaria, o nelle enclaves spagnole in Marocco, a Ceuta e Melilla. Stanno diventando muri anche le vecchie frontiere, che hanno ripreso attività a tempo pieno in questi giorni, tra l’Italia e i suoi confinanti dello spazio Schengen, Francia, Austria, Svizzera.

Per sè
Il ragionamento è lo stesso, da una parte e dall’altra delle frontiere: la filosofia è quella dell’ognuno per sé, con l’obiettivo di sbolognare i migranti a un altro o cercare di bloccarli per rispedirli al mittente. Non sarà facile, per la Commissione Ue, far approvare il piano delle cosiddette “quote”, per una ripartizione che dovrebbe riguardare una parte che l’Italia giudica minima dei migranti sbarcati negli ultimi mesi. La proposta di Bruxelles riguarda soltanto i candidati all’asilo, protetti dalle convenzioni internazionali: chi fugge da guerre e persecuzioni deve poter trovare accoglienza, dice la Convenzione di Ginevra del 1951. Ma ogni paese ha oggi le sue scuse: i paesi di vecchia immigrazione fanno valere di aver onorato più di altri il diritto d’asilo (Francia, Gran Bretagna), generosità passata evocata anche da Svezia o Finlandia, altri attribuiscono l’eccesso di arrivi alle politiche coloniali a cui non hanno partecipato (Polonia), i paesi dell’opt out (Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca) si tirano fuori a prescindere, quelli del “primo fronte” si sentono invasi e accusano gli altri di mancanza di solidarietà. I “criteri” della Commissione per la redistribuzione sono così contestati da tutti.

Impossibile distinguere
La razionalità sembra aver disertato la questione delle migrazioni, che sarà sempre più centrale nel XXI secolo (lo è stata anche nell’ “altra mondializzazione”, quella della Belle époque, che si è poi fracassata nella guerra mondiale). Le persone non fuggono solo da guerre e persecuzioni (diritto d’asilo), ma anche dalla miseria e la distinzione è quasi impossibile da farsi. In pratica, i candidati all’asilo aumentano anche perché questa è la sola possibilità di emigrare nella Ue (a parte i ricongiungimenti famigliari e qualche paese che apre a un’immigrazione “scelta”). Ma è ormai la mentalità di estrema destra a dominare in questo terreno, l’inumanità sta prevalendo in tutti gli ambienti e in tutte le forze politiche, i cittadini europei diventano sempre più insensibili alla repressione e alle violenze.

Business
Eppure, la Ue ha bisogno degli immigrati per mantenere il proprio standard di vita. E’ la zona economicamente più ricca del mondo, malgrado la crisi. I soldi, difatti, non mancano neppure per il “problema” degli immigrati: secondo i calcoli fatti dal pool Migrants Files, le espulsioni di più di 3 milioni di persone negli ultimi 15 anni sono costate alla Ue intorno ai 13 miliardi di euro. E’ il principale capitolo di spesa dedicato agli immigrati. Frontex, Eurosur, programmi di cooperazione con paesi terzi perché creino campi di ritenzione, robot per la sorveglianza, sistemi di intercettazione per navi e aerei supertecnologici, droni: ci sono oggi in corso 39 programmi di questo tipo nella Ue, a cui partecipano tutti i principali fiori all’occhiello dell’industria degli armamenti, da Finmeccanica a Thales o Airbus. Un vero business.

Anna Maria Merlo, de “il manifesto”

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