Nagazzetta luglio 2016

l'analisi

 

Gli altri siamo (anche) noi

 

Come hanno votato gli immigrati alle elezioni amministrative, anche se non hanno votato. La riflessione di Ilvo Diamanti.

  

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Foto: "Zattera di Lampedusa", foto e opera di Jason deCaires Taylor


Gli immigrati hanno condizionato il voto amministrativo di giugno. Al di là dei flussi reali, al di là degli avvenimenti che li hanno davvero coinvolti. Al di là di tutto. Gli immigrati hanno accompagnato il dibattito in ambito locale e nazionale, durante tutta la campagna elettorale. E, soprattutto, hanno contribuito a distinguere i candidati e gli schieramenti in campo. In modo diretto e indiretto. E, forse, più indiretto che diretto. Alla vigilia del voto - per la precisione: due settimane prima, dunque, a metà maggio - l’istituto Demos ha condotto un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione delle 5 principali città dove si sarebbe votato. Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna.

Fra le questioni affrontate: i temi ritenuti più importanti per scegliere quale coalizione politica e soprattutto quale candidato votare. In quell’occasione l’immigrazione non è emersa come una priorità, nell’opinione degli elettori. Almeno, sul piano delle dichiarazioni esplicite. Certo, dovunque appariva rilevante. Ma solo a Milano occupava un posto di vertice. Il terzo. Indicata dal 23% fra i primi due argomenti da affrontare dal nuovo sindaco. Fra le altre, solo a Torino l’immigrazione veniva indicata come un’emergenza da una componente di cittadini elevata (intorno al 18%). Mentre nelle altre città non appariva drammatica, in confronto ad altre questioni, come l’occupazione. Tuttavia, il problema della criminalità, sollevato dovunque con evidenza, era e resta legato, strettamente, con l’immigrazione stessa. Inoltre, l’emergenza migratoria divide in modo profondo gli orientamenti verso i principali candidati. In particolare nel Nord. A Milano, dove costituiva una priorità per circa il 20% degli elettori di Sala, ma dal 32% fra quelli di Parisi. E a Torino, dove l’emergenza migratoria veniva sollevata e denunciata dal 13% degli elettori di Piero Fassino, ma dal 23% dei sostenitori di Chiara Appendino. La stessa differenza che si osserva a Bologna (12 a 22), dove si affrontavano il sindaco in carica, PD, e la candidata della Lega di Salvini, che ha puntato sull’allarme migrazione, insieme all’ostilità verso i Rom.

Così, gli immigrati hanno mobilitato e diviso gli elettori in questa campagna elettorale. Un po’ dovunque. Riproponendo logiche note. E uno schema di competizione, talora antagonismo, consolidato. Da un lato gli elettori di Centro-sinistra, a sostegno, in misura e in modo differente, dell’integrazione. Dall’altro lato gli elettori di Centro-destra, in primo luogo i leghisti, decisamente contrari. Ma anche la base elettorale del M5s (a Torino e Roma), a sua volta ostile verso il fenomeno migratorio. Osservato e valutato con un certo timore. D’altra parte, l’elettorato del M5s è trasversale, distribuito in modo quasi eguale in tutti i principali settori dello spazio politico. Compresa la Destra. Il partito e i suoi leader sono, così, impegnati a inseguire sul loro terreno concorrenti diversi. Lega e Forza Italia compresi. Anche per questo, peraltro, nei ballottaggi, il M5s ha canalizzato i consensi, o meglio, il dissenso di tutte le opposizioni al PD di Renzi.
Gli immigrati risultano, dunque, “politicamente” utili. Perché riassumono i temi e i sentimenti che, più di altri, provocano divisione e con-divisione, nel nostro tempo. Per due ragioni, fra le altre.
La prima: danno un volto all’inquietudine senza volto suscitata dalla globalizzazione. Un termine tanto evocato quanto indefinito. Anche se non è difficile definirlo. La globalizzazione: significa che tutto ciò che avviene dovunque, nel mondo, può avere effetto e conseguenze qui, sulla nostra vita. Adesso.

Gli immigrati, riprodotti con enfasi, senza soluzione di continuità sui media, danno un volto al “Mondo che incombe”. Alla globalizzazione.
La seconda ragione di inquietudine sollevata dagli immigrati è che, soprattutto nelle città, offrono una soluzione ai nostri problemi. In particolar modo sul piano emotivo e cognitivo. Perché forniscono un bersaglio alle paure che pervadono la nostra società, nel nostro tempo. All’insicurezza, determinata dalla criminalità. Ma anche, e sempre più, dai problemi economici e del mercato del lavoro. Dalla disoccupazione.
Non è un caso che la paura dell’altro, riassunta nella figura dello straniero, sia particolarmente diffusa fra le persone più anziane, con minore livello di istruzione, che abitano in provincia e nelle periferie urbane. E sono esposte ai media, in particolare alla televisione, per oltre 4 ore al giorno. Si tratta del profilo della nostra società, in rapido invecchiamento. Anche perché i più giovani, quando possono, viaggiano e se ne vanno altrove. Così gli immigrati, che rispondono al problema dell’invecchiamento e del declino demografico, sono visti, spesso, come una minaccia. Gli altri che ci invadono. Ci sottraggono risorse e opportunità.

Al di là dei temi specifici che hanno caratterizzato la campagna elettorale delle amministrative, l’immigrazione costituisce un “basso continuo”. Un marchio, talora “il” marchio del clima d’opinione. Che condiziona i programmi e il linguaggio in tempi di elezioni. Cioè, sempre. Visto che viviamo un’epoca di campagna elettorale permanente.
Non solo in Italia, peraltro. Visto che il medesimo clima d’opinione pervade anche il resto d’Europa. Dove i muri “per frenare l’invasione” sorgono, sempre più numerosi, dovunque. D’altronde, la Brexit, votata in Gran Bretagna di recente, sancisce la chiusura nei confronti degli altri. Solo che, in questo caso, gli altri non arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente. Perché gli altri siamo (anche) noi.


Ilvo Diamanti

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