Nagazzetta giugno 2016

l'intervista

 

Un futuro migliore

 

La redazione di Nagazzetta ha deciso di pubblicare integralmente l’intervista con il prefetto Mario Morcone capo dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione presso il Ministero dell’Interno. Il suo ruolo istituzionale lo pone ai vertici dell’amministrazione per quanto riguarda i fenomeni migratori, l’accoglienza e l’integrazione dei cittadini stranieri in Italia. Il suo operato, le sue posizioni e i suoi giudizi hanno suscitato il nostro interesse. Ci auguriamo anche quello dei nostri lettori. 

 

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Foto: Svezia Maggio 2016


Una strategia europea rispetto all'ondata di flussi migratori, a parte i muri, sembra non esserci, e quel poco che si intravede fa acqua da tutte le parti. Qual è la sua posizione a riguardo? Il migration compact è un passo in avanti o è la ripetizione di vecchi errori del passato?


La strategia europea fa certamente acqua da tutte le parti: su questo non c'è dubbio.
L'agenda Juncker è stata ed è un fallimento. Al binomio responsabilità-solidarietà, è corrisposta solo la nostra responsabilità e nessuna solidarietà. In più, non mi piace l'accordo Europa-Turchia. Le posizioni di alcuni Stati sono assolutamente incompatibili con il disegno nel quale io credo fortemente, quello di una "casa comune europea"; qui si scontrano naturalmente politiche nazionali tutte volte al consenso interno piuttosto che a costruire percorsi che guardino un po' più lontano.
Detto questo, invece, il migration compact, per quello che mi è dato di capire, rappresenta la prima seria iniziativa italiana dopo 20 anni di assoluta assenza dell'Italia sul piano internazionale, soprattutto riguardo all'Africa. E' stata accolta molto bene, ne sono testimone, al di là degli aspetti finanziari sui quali sicuramente si troverà una soluzione. Il problema è che, a parte le dichiarazioni di buoni sentimenti e di buoni intenti, non so quanto sia realmente sentita, oggi, l'esigenza di intervenire in Africa per ridurre il differenziale tra quei paesi, molti dei quali in fiamme, e l'Europa. Un differenziale di qualità della vita che non è più sopportabile e che naturalmente determina il diritto per chi vive quelle condizioni di cercare un futuro migliore.
Con il migration compact è la prima volta che si tenta un'operazione seria che, pur con i sui limiti e difetti, cerca di  organizzare l'intervento in Africa, riducendo le politiche bilaterali e fondando invece un sistema multilaterale che  utilizzi le risorse disponibili perché alcuni paesi particolarmente in difficoltà possano trovare una strada per risollevarsi.

20 anni di studi sull' immigrazione dimostrano che i finanziamenti diretti o i finanziamenti alla cooperazione incentivano l'emigrazione invece di disincentivarla; essi creano cioè un meccanismo di differenziale di reddito minimo che determina una spinta ulteriore all'emigrazione. Un'altra obiezione è che questo accordo, almeno per quello che si sa, è improntato a una logica del tutto unilaterale. E' l'Europa che detta le sue condizioni ai paesi che riceveranno i finanziamenti e la condizione che si chiede in cambio è di mettere in gioco tutta una serie di dispositivi di controllo locali sulle frontiere.

Per quanto riguarda la prima parte dell'obiezione la risposta è che, ovviamente, non pensiamo di fermare un fenomeno globale e millenario come la migrazione. Credo sia davvero come abbaiare alla luna, però ci sono paesi che si trovano in uno stato non sopportabile per condizioni di vita e per rispetto dei diritti. Se creare le condizioni per stare meglio non significa immaginare di fermare la migrazione, può tuttavia aiutare a gestirla meglio, magari aprendo nuovamente un percorso di ingresso legale che non c'è in questo paese e ripristinando un minimo di normalità nell'iter migratorio.
Sul secondo aspetto, francamente non mi pare che il migration compact preveda un intervento neocoloniale dell'Europa, mi pare invece che tenda soprattutto a mettere a sistema le iniziative per cercare di creare delle condizioni di sviluppo in una serie di paesi dove queste condizioni non ci sono. Non credo che l'Africa ce la possa fare da sola. D'altra parte, paesi come il Niger o come il Sudan hanno bisogno di interventi rispettosi della loro autonomia e della loro autodeterminazione che però portino un minimo di innovazione, di tecnologia, di capacity building che effettivamente non hanno.

 

Stando alla legislazione vigente, resta di fatto impossibile entrare in Italia regolarmente. Con la crisi economica le sanatorie sono un miraggio e gli irregolari di ritorno una realtà: quali previsioni ha per il futuro sulla normativa, sui flussi e sui movimenti?


Credo di non dire una cosa offensiva nei confronti di nessuno se affermo che la Bossi-Fini è un cadavere putrefatto, nel senso che non esiste più nei fatti. Lo scenario è completamente cambiato. Quello non può più essere il meccanismo con il quale riaprire il canale di ingresso legale in Italia,  ma indispensabile riaprirlo. Anche il migration compact prevede la riapertura di un canale di ingresso legale nei diversi paesi, che era stato indicato fin dai tempi della presidenza svedese e che, se ricordo bene, nel 2008-2009 prospettava la legalizzazione degli ingressi come uno degli strumenti con i quali si può, in qualche modo, gestire anche la migrazione illegale o i cosiddetti migranti economici.
Quindi è chiaro che, a questo punto, la politica deve fare un salto. Naturalmente non sta a me immaginare né quando né come né perché, ma certamente la politica deve fare un salto, deve trovare lo spazio e il coraggio per rimettere mano a meccanismi d'ingresso legale in questo paese e rivedere una normativa che è molto datata e non corrisponde più al nuovo scenario che si è creato.
Per quanto riguarda le regolarizzazioni penso, invece, a un meccanismo che potremmo adottare rapidamente e che credo sia attivo in Francia, un meccanismo secondo il quale, se un datore di lavoro e un migrante si presentano allo sportello della Prefettura e firmano un contratto, hanno diritto a ottenere un permesso di soggiorno immediato. Ciò permetterebbe di far emergere dal nero e dall'irregolarità tante condizioni che lo meritano.

Una specie di regolarizzazione continua...

Sì, goccia a goccia, senza flussi. Anche se, per il futuro, dovremmo immaginare forme di sponsor come le avevamo intelligentemente immaginate in passato, gestendole poi malissimo, come succede sempre nel nostro paese.... Bisogna sicuramente rilanciare quel tipo di meccanismi, insieme a un permesso di soggiorno per chi cerca lavoro.
Ci sono tante idee da mettere sul tavolo. Il punto è che la politica deve ritrovare la voglia e il coraggio di discuterle.

Sono ipotizzabili meccanismi non più basati sul collegamento tra lavoro e permesso di soggiorno, considerando anche la crisi?


E' un tema molto spinoso, anche perché il problema non è di aumentare le marginalità in Europa, ma creare di condizioni reali di integrazione e di inclusione per le persone che vengono da noi. Non ci serve a molto, credo, fare della solidarietà generica. Si tratta di offrire alle persone la possibilità d'inserirsi da noi in maniera positiva.

Parliamo dell'organizzazione interna dell'accoglienza in Italia. Come uscire da una fase emergenziale e affrontare il problema in modo più strutturale?

In primo luogo non ho mai creduto a una fase emergenziale. Noi, in realtà, stiamo operando dal 2014 senza semplificazioni amministrative, senza accelerazioni delle procedure, ma in maniera assolutamente ordinaria, il che, naturalmente, presuppone grande fatica, tempi lunghi e tante difficoltà, soprattutto se pensiamo a quanto è complicata e farraginosa la legislazione nel nostro paese. Detto questo, dal 2014 siamo passati da 23.000/22.000 persone che avevamo in accoglienza a 120.000. Oggettivamente  è un salto molto grande che presuppone sicuramente delle best practices, ma che ha creato anche tante situazioni di opacità rispetto alle quali bisognerà intervenire e stiamo già intervenendo.
Voglio citare solo, come esempio di buone pratiche, gli ultimi accordi che abbiamo fatto con il Coni per consentire a tutti i minori non accompagnati di fare sport nei centri Coni di tutta Italia; inoltre,  proprio qui in Lombardia, con il portavoce di Federcooperative (9.000 associati) abbiamo lavorato a una "carta della buona accoglienza". La carta presuppone da parte dei gestori una serie di impegni rispetto alla qualità dell'accoglienza ed è destinata soprattutto a contrastare le stucchevoli posizioni, ormai veramente un po' putrescenti, quale quella di profugopoli, costruendo invece delle white list di persone che hanno esperienza, e soprattutto, che hanno ottenuto buoni risultati sul piano dell'accoglienza.
Bisogna però anche dire con molta chiarezza che stiamo parlando di impresa sociale, non c'è spazio per un volontariato generico basato sui buoni sentimenti. Stiamo parlando d'impresa sociale che deve fondarsi, naturalmente, sul rispetto delle regole in materia di trasparenza.

Passiamo alle commissioni territoriali. I volontari del Naga leggono spesso i verbali delle audizioni nelle commissioni e restano stupiti dalla superficialità, dalla frettolosità, dal pressapochismo di alcuni commissari che in questo modo mettono in crisi il diritto d'asilo. Esiste un organismo che controlli da un punto di vista qualitativo il lavoro dei commissari?

Intanto le commissioni hanno la loro autonomia. Quello che è possibile è fare ricorso al giudice ordinario che è evidentemente l'elemento di garanzia riguardo al diniego della protezione internazionale. Ma il tema, secondo me, è un altro: si tratta di rivedere tutto il sistema dell'asilo. Io ho sempre difeso le commissioni perché la decisione collegiale mi sembra comunque un elemento di garanzia. Però, una cosa è la decisione, una cosa sono i commissari che non possono più essere nominati in commissione a caso, senza nessuna professionalizzazione specifica... Dovremo sicuramente assumere, è questa l'idea della riforma, dei giovani neolaureati con una sensibilità specifica, che abbiano fatto un percorso professionale certificate e sostituiscano gli attuali membri delle commissioni, fermo restando il presidente e ferma restando la collegialità della decisione che rimane, a mio avviso, elemento di garanzia della decisione.
Anche sul piano giurisdizionale dobbiamo tagliare i tempi. Non ci possiamo permettere, non solo standard completamente diversi in tutta Italia, ma anche tempi così lunghi e procedure così complesse. Con il ministro Orlando abbiamo già preparato una riforma del ricorso giurisdizionale che prevede un ricorso in camera di consiglio, la possibilità per il giudice di avvalersi anche dell'intervista registrata su compact disk, e dunque un iter  decisionale rapido affidato a giudici ed esperti collocati in luoghi strategici del nostro paese dove operano le commissioni. Una riforma dell'asilo è necessaria e urgente e spero che si trovi il modo di avviarla.

E' al corrente delle nuove pratiche della Questura di Milano? Dall'inizio di aprile non vengono più accolte le richieste d'asilo sic et simpliciter, ma viene eseguita una specie di selezione arbitraria preliminare sulla base di un modulo, simile a quelli che sono in uso negli hot spot, compilato dall'agente di turno. Non le sembra una violazione del diritto d'asilo?

Le dico la verità, non sono al corrente di questa situazione, anzi vi ringrazio di avermela segnalata e me ne farò carico subito. Ho molta fiducia, però, nel Prefetto di Milano, Alessandro Marangoni che è una persona per bene: lo conosco personalmente e quindi gliene parlerò perché si faccia un accertamento specifico. Io emanato una circolare recentemente, credo a febbraio, molto chiara: il diritto d'asilo può essere esercitato in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, indipendentemente dalla superficialità, dall'approssimazione e dalla cattiva volontà di chi ti si para davanti con un modello precompilato.

Anche ieri è stato negato l'accesso ad alcuni avvocati nell'accompagnamento in questura per la presentazione della domanda. Questi fatti che segnaliamo stanno accadendo dall'inizio di aprile. Il Naga, insieme all' Asgi e ad Avvocati per niente, ha fatto una richiesta formale che sostanzialmente è rimasta inevasa... tra le righe è stato detto che il dirigente dell'Ufficio stranieri cambierà ad agosto...

Ma no, il problema non può essere quello delle persone che cambiano o non cambiano. Il problema è introdurre procedure chiare e trasparenti e il rispetto delle leggi. Quindi, in questo senso, accetto volentieri la vostra segnalazione e me ne faccio carico presso la Questura di Milano.

 

Chiudiamo il discorso sul capitolo accoglienza con tre questioni per noi molto importanti. Come è possibile affrontare il tema della seconda accoglienza? Molte persone, dopo aver usufruito di un programma di accoglienza, si ritrovano letteralmente per strada. In molte città tra cui Milano stanno sorgendo baraccopoli di persone legittimate a restare in Italia. Quali risposte per loro? E per coloro che rimangono fuori dall'accoglienza?


Il problema ha due piani paralleli. Il primo è che evidentemente dobbiamo essere capaci di un genere di accoglienza che, dopo la prima fase, abbia come finalità l'integrazione. È per questo che puntiamo sullo Sprar come best practice dell'accoglienza, ed è per questo che intorno al 22 giugno, in occasione della giornata di Confindustria, si firmerà un protocollo per training formativi presso le industrie. Lo stesso vogliamo fare con Coldiretti e con Confartigianato. Bisogna costruire dei percorsi d'integrazione: adesso la partita è soprattutto quella dell'integrazione e della coesione sociale.
Detto questo, tuttavia, senza nascondersi dietro alle tante insufficienze del nostro percorso d'inclusione, nessuno può seriamente pensare che l'accoglienza sia un vitalizio. Può durare un anno, un anno e mezzo, pure due anni, dopo di che, o cammini con le tue gambe o diventi una marginalità di questa società, esattamente come tanti cittadini italiani. Nessuno può pensare che qualcuno, perché viene dall'Eritrea o dalla Siria, deve essere assistito tutta la vita. Hai il diritto di essere assistito per un periodo e abbiamo il dovere di offrirti prospettive per il futuro, che poi, però, devi costruire da solo.

Sta crescendo il popolo dei diniegati. Che cosa ne pensa della proposta della Fondazione Migrantes promossa dalla Cei, che chiede al governo di valutare per loro la possibilità di un permesso di soggiorno umanitario per evitare che si crei un serbatoio di invisibili e sfruttati?


Questo si ricollega al discorso di prima. Noi abbiamo già l'istituto del permesso umanitario che gli altri paesi non hanno, e ne facciamo un uso, devo dire, abbastanza generoso nella situazione eccezionale che stiamo vivendo. È vero, purtroppo che in quest'ultimo periodo c'è un aumento dei dinieghi della protezione internazionale, probabilmente in relazione alle provenienze. E' qui il grande equivoco. La stampa, le televisioni e i politici ci hanno fatto credere a un'autentica falsità: non esistono categorie nazionali sulla base delle quali si ha diritto o meno alla protezione. Esistono persone, singole persone - sulla base dell'art. 10 della nostra Costituzione e sulla base delle direttive europee - la cui storia deve essere esaminata   per arrivare a una decisione positiva o negativa. Questo non toglie, evidentemente, che ci sono comunque fasce di persone che arrivano irregolarmente nel nostro paese e non hanno diritto alla protezione internazionale, ma alle quali dobbiamo garantire comunque o un permesso umanitario, dove ce ne siano le condizioni, o un ritorno volontario assistito. Nei giorni passati abbiamo approvato progetti relativi al rimpatrio volontario assistito per 11 milioni di euro. Parlo di un rimpatrio, accompagnato dall'Oim o da altre associazioni non governative, che consenta un rientro con un minimo di risorse in modo che chi rientra non lo fa da sconfitto, ma sia in grado di reinsediarsi nel proprio paese con una prospettiva per il futuro.

Per quanto riguarda il sistema dell'accoglienza nell'area metropolitana milanese che il Naga ha monitorato di recente, le chiediamo come il Ministero degli Interni può intervenire per impedire che vengano rinnovate dalla Prefettura convenzioni a enti che non erogano i servizi previsti, che hanno comportamenti ai margini della legalità o che sono addirittura coinvolti in inchieste giudiziarie. Aggiungiamo anche che a Milano si è scelto di operare per il 70% al di fuori dello Sprar. Questo 70% è gestito con la procedura emergenziale e, tra i soggetti che vengono individuati in via d'urgenza, ci sono parecchi abusi.


Due considerazioni: la prima è che, naturalmente, dobbiamo intensificare i monitoraggi, i controlli, le ispezioni, diffidando ed eventualmente chiudendo quei centri che non rispondono alle regole previste nella gara che hanno vinto. Su questo, evidentemente, la strada è anche quella dei protocolli, come quello che abbiamo firmato nei giorni passati con Federcooperative e che ci porteranno in tempi rapidi ad avere una sorta di comitato operativo che potrà monitorare e stilare sia delle white list che delle black list, sulla base delle buone pratiche esistenti. Oltre alle ispezioni che comunque sono previste sia a livello provinciale che a livello nazionale, questa è certamente una soluzione.
Il tema dello Sprar è un'altra questione. Io sono assolutamente d'accordo che lo Sprar è la strada maestra. Lo dico da anni e sono pronto a firmarlo davanti a un notaio. Ma i sindaci devono partecipare. Noi possiamo fare tutti i giochi di prestigio che volete, saltare nel cerchio di fuoco, ma se il sindaco poi è condizionato dal suo elettorato e dal suo consenso interno e non vuole partecipare nonostante tu gli offra la luna, la questione diventa più complicata. Io non sono in grado di costringere i sindaci a partecipare per forza. Tenete presente che su circa 8.100 sindaci solo 600 partecipano allo Sprar. Abbiamo fatto un bando per 10.000 posti e ne abbiamo assegnati 4.900, quindi ne avanzeranno 5.000. Riapriremo i termini dello Sprar sperando che, passato il ballottaggio, forse i sindaci saranno un po' più disponibili ad attivare questa operazione.
Non si può - dico non si può, perché è davvero miserabile (e uso il termine miserabile senza vergognarmene) - fare una battaglia politica contro il Governo, che sia questo o un altro, semplicemente negando l'accoglienza. Si tratta di una brutta storia perché stiamo parlando di persone e della loro vita. Credo che questo sia il modo peggiore di fare politica.

L'ANCI però sembra indietro...

L'ANCI è caricatissimo sullo Sprar, però anche l'ANCI non ha un potere coercitivo sui sindaci per imporre loro di partecipare al progetto. Cerchiamo di convincerli, abbiamo fatto i tavoli regionali: siamo andati a Treviso, a Venezia, a Milano. Siamo andati un po' dovunque. Vi devo dire, non per compiacervi, che però la Lombardia non è la regione più difficile. Ci sono in Lombardia circuiti buoni dei quali possiamo, e potete, menare vanto. Ci sono invece territori sicuramente più complicati. Parlo, ovviamente, del Veneto, ma non solo, anche della mia Campania, dove purtroppo atteggiamenti, non voglio dire criminali, perché magari è un termine troppo pesante, ma certamente di abuso e di non rispetto delle regole sono particolarmente diffusi.
In Campania abbiamo un credito di posti che la Regione fa fatica a restituire perché, dovunque e comunque ti muovi, trovi situazioni che non corrispondono assolutamente alle regole che ci siamo date.

Leggendo le sue dichiarazioni e avendo visto qualche video di funzionari di polizia che lavorano in posti di frontiera, abbiamo trovato dichiarazioni molto condivisibili, come se l'avere a che fare direttamente con il fenomeno, conoscerlo bene, faccia cambiare idea ... o comunque aiuti a rendersi conto dell'insensatezza e dell'inefficacia delle procedure. Al di là delle dichiarazioni di intenti, quali sono i margini del vostro intervento? Una persona con le sue funzioni cosa può fare?

Di margini ce ne sono. Certamente, come vertice amministrativo non posso che fare appunti, parlare col Ministro, cercare di spiegare la necessità di portare avanti una serie di iniziative legislative. Capisco, perché ho quarant'anni di amministrazione alle spalle, che il tempo della politica in questo momento non dà grande spazio all'immigrazione perché ci sono altre priorità. Capisco che nel nostro paese siamo in campagna elettorale permanente: oggi sono le amministrative a Milano, Napoli o Roma, domani il referendum. Però, naturalmente, non demordo da spiegare le ragioni per cui sarebbe necessario approvare rapidamente e definitivamente una legge, per esempio quella sulla cittadinanza dei minori; sarebbe necessario anche rivedere la Bossi-Fini; sarebbe necessario creare condizioni adeguate a uno scenario totalmente mutato. Per non parlare dei minori non accompagnati... Siamo ancora alla legge 328 del 2000. Abbiamo dovuto emanare dei decreti amministrativi per cercare di ammodernare il percorso dei minori. Però ci serve la legge che è ferma in commissione ma non si riesce a farle fare un passo in avanti. Qui però, onestamente, mi fermo perché, rispetto alla posizione dei cosiddetti eletti che stanno in Parlamento, io faccio semplicemente il funzionario.

 

Abbiamo notato un cambiamento alle frontiere. In passato l'atteggiamento sulle impronte era più morbido...dal nostro punto di vista giustamente... in questo momento però la situazione è un po' cambiata, c'è una certa pressione... come stanno le cose?


Su questo mi dispiace dover fare un passo indietro rispetto alle aspettative che forse avete: chi viene in questo paese è tenuto a farsi fare identificare. È un'operazione che noi abbiamo condotto male nel 2014, pensando di essere furbissimi, e che stiamo pagando adesso con il pregiudizio dei paesi del nord Europa verso di noi. Abbiamo sbagliato nel 2014... certo, lo so. Ora siamo i più esposti, siamo quelli che ricevono la maggiore pressione migratoria perché siamo, come dire, il fronte dell'area Schengen. Però questo non toglie che le regole vadano rispettate. Quindi, chi arriva in questo paese deve farsi identificare. Non ci sono sconti per nessuno.
Altra cosa è la battaglia per la revisione dell'accordo di Dublino che è cominciata adesso.
Francamente sarà una battaglia durissima, come voi potete immaginare, il cui esito non mi sento di preconizzare. Noi facciamo la nostra parte e riteniamo che, se hai diritto alla protezione internazionale, evidentemente lo hai in tutta l'area Schengen, e quindi l'obiettivo dovrebbe essere un percorso che ci porti al mutuo riconoscimento e a una condizione di mobilità esattamente come per i cittadini dell'area Schengen. Su questo ci sono molte resistenze, è inutile negarlo. Ci sono posizioni di chiusura, soprattutto in quei paesi che abbiamo tanto aiutato nel passato, il cosiddetto gruppo di Visegrad. Certamente i meccanismi delle quote erano un primo passo e una speranza per rompere la rigidità dell'accordo di Dublino. Però anche questi meccanismi, come sapete, stanno funzionando poco e male. Dovremmo vedere come rivitalizzare tutto questo contesto di decisioni che si sono prese a Bruxelles e che sono ancora sulla carta.
Io sono sempre ottimista, cioè, tenace più che ottimista, ...  Certo ho sognato nel 2000 di diventare davvero un cittadino europeo, di avere la "casa comune"; quello che vedo in questo periodo della storia non mi piace. Non corrisponde esattamente a quello che immaginavo, però continuo a crederci e lavoro perché questo sia l'obiettivo.

 

Secondo il recente Rapporto Giovani, il 70% dei giovani italiani ritiene che i migranti siano troppi e, per molti di loro, la presenza dei migranti rende insicuro il paese. Più del 60% sembra pensarla in questo modo. Quasi il 40% dei giovani italiani si dichiara apertamente ostile verso i migranti, ma anche gli stranieri in Italia sono diffidenti nei confronti del paese ospitante, addirittura il 33%. La recrudescenza di razzismi e di fondamentalismi identitari che scuote l'Europa e giunge ai vertici delle istituzioni di alcuni paesi, per esempio dell'Austria, riguarda anche l'Italia. Il Ministero dell'Interno sta monitorando il fenomeno almeno nei suoi aspetti più preoccupanti? E qual è il suo giudizio sulla crescita di razzismo e xenofobia in Italia? Che peso potranno avere sulle prossime consultazioni elettorali specialmente a Milano, Roma e Napoli?

 

Questo non lo so, ma spero francamente che il peso sia marginale rispetto alla scelta del primo cittadino di città così importanti.
Detto questo, aggiungo che si dicono, si sono dette e si continuano a direi molte stupidaggini da parte della cattiva politica. Se tu parli tutti i giorni dell'invasione e della perdita dei posti di lavoro per i nostri figli, perché accogliamo i cittadini stranieri e non ci facciamo cura dei nostri pensionati, ovviamente quando l'hai detto tre volte, alla quarta volta cominciano a crederci soprattutto le persone meno attrezzate... questo è frutto della cattiva politica, di una politica che fa dell'immigrazione uno strumento, ripeto, di acquisizione del consenso nel peggiore dei modi. Io dico semplicemente che in questo paese ci sono 120.000 persone in accoglienza. Che, praticamente, corrispondono a 2 persone ogni 1.000 abitanti, ma questo non costituisce in nessun modo né un'invasione né un gravissimo problema. Tutto questo dovrebbe essere vissuto con molta maggiore normalità e molta maggiore razionalità. Aggiungo che gli immigrati, parlo a questo punto genericamente di immigrati che lavorano nel nostro paese, producono un reddito e contribuiscono per il budget nazionale per oltre 10 miliardi. Non lo dico io, lo ha detto l'Inps, l'hanno detto studi importanti e assolutamente di valore. A questi immigrati restituiamo sotto forma di servizi solamente 5/6 miliardi. Oltre 4 miliardi sicuramente sono un saldo positivo della presenza degli immigrati in questo paese. In un paese nel quale assistiamo al cosiddetto "inverno delle nascite", senza immigrati non avremmo sicuramente questo livello di qualità della vita. Troppa cattiva informazione, dunque. Altra riflessione è che la politica deve fare un passo indietro e togliere le mani dal tema immigrazione.


Ci domandiamo da tanto tempo se nella gestione dell'immigrazione - di quella regolare, non di quella irregolare - un primo passo simbolico ma, in realtà, anche molto concreto, non potrebbe essere quello di trasferire agli enti locali e ai comuni le competenze relative ai permessi di soggiorno e ai rinnovi?


Certo. Simbolicamente il Ministero degli Interni è sbagliato, profondamente sbagliato e vi chiedo di aiutarci a ribaltare un concetto sbagliato e cioè che il Ministero degli Interni sia il Ministero della polizia. Non lo è. È anche il Ministero dei diritti e della garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti. Bisogna difendere assolutamente questa faccia del Ministero degli Interno rispetto all'immagine legata alla gestione dell'ordine e alla sicurezza pubblica. Detto questo, voglio solamente ricordare che sul tema del rinnovo dei permessi di soggiorno avevamo avviato da tempo una sperimentazione. Era il 2006/2007, ministro il Presidente Amato. Avevamo scelto anche le città nelle quali stavamo avviando una sperimentazione per il rinnovo dei permessi di soggiorno presso i comuni, procedura cosa che io trovo non solo normale, ma che libererebbe anche la polizia da una pesantezza di compiti che non può assolvere. Peraltro, nei paesi più avanzati il tema dell'asilo è tutto svolto in ambito civile e non ha niente a che fare con le forze di polizia, se non per i profili di sicurezza che pure giustamente sono doverosi e che vanno approfonditi. È un passo in avanti che la nostra democrazia deve fare e che mi auguro di riuscire a vedere.

 

 

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