Nagazzetta Maggio 2017

L'intervista

 

La tortura esiste, il reato no.

 

Con Luigi Manconi abbiamo discusso dell’iter della legge sulla tortura in questa intervista che la Redazione dedica al ricordo di Alessandro Pandolfi, sapendo quanto si appassionava e si sarebbe appassionato a un tema così cruciale.

  

 

La tortura esiste, il reato no.

 

Sono passati 29 anni da quando l’Italia ha sottoscritto la Convenzione internazionale ONU contro la tortura e altri trattamenti e pene crudeli, inumani e degradanti, impegnandosi a introdurre il reato nell’ordinamento italiano. Tutti sappiamo cosa è accaduto nel frattempo, dalle violenze al G8 di Genova, al caso Cucchi, alla sentenza Torregiani e, soprattutto, alla miriade di fatti che restano sepolti nelle prassi quotidiane dei diversi luoghi di custodia e di detenzione nel nostro paese. In più occasioni la Corte di Strasburgo ha accertato violazioni da parte dell'Italia sia dell’aspetto materiale che di quello procedurale dell’articolo 3 (proibizione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea dei diritti umani. Il Naga, che entra nelle carceri milanesi con un suo gruppo di volontari, ha un occhio vigile su questi aspetti.

Il 15 marzo del 2013, nel primo giorno della nuova legislatura, Luigi Manconi, Presidente della Commissione per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani del Senato, fondatore dell’Associazione “A buon diritto”, ha presentato un disegno di legge per l’inserimento nel nostro Codice penale (articoli 613-bis e 613-ter) dei reati di tortura e di istigazione del pubblico ufficiale alla tortura. La proposta di legge ne prevede l'introduzione anche nell'art. 19 del testo unico sull'immigrazione vietando le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni ogni qualvolta sussistano fondati motivi di ritenere che, nei Paesi di provenienza dei cittadini stranieri, essi possano essere sottoposti a tortura. La norma precisa che tale valutazione deve tener conto anche dell’esistenza in tali Stati di violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani. Dopo un iter quanto mai complesso, il 17 maggio, in terzo riesame, il ddl è stato approvato a larga maggioranza dal Senato in una versione talmente stravolta che Manconi per primo non lo ha votato, sostenuto in ciò anche dalle critiche venute da associazioni per i diritti umani come Amnesty International e Antigone.

 

Quali finalità sono all’origine di questo ddl, oltre all’urgenza di ottemperare alla Convenzione ONU?

La finalità prima – proprio quella che, come vedremo, è stata disattesa dal testo approvato dal Senato – doveva essere quella di introdurre nel nostro ordinamento la tortura come reato proprio, ossia come reato imputabile a pubblici ufficiali e a chi esercita pubbliche funzioni. Questo non per un accanimento nei confronti degli uomini delle istituzioni (che, peraltro, considerano l’attuale testo come eccessivamente punitivo nei loro confronti), ma perché nel diritto moderno (assunto dalla Convenzione Onu così come da molte leggi nazionali dei sistemi democratici) la tortura è interpretata come derivante da un abuso di potere. La violenza, anche efferata, tra privati cittadini può essere sanzionata attraverso altri reati. Ma la tortura ha, deve avere, una sua diversa e precisa specificità. Essa si presenta quando chi esercita violenza fisica o psichica su un’altra persona lo fa a partire da una condizione di custodia legale della vittima: il poliziotto che ferma un cittadino, l’agente penitenziario che ha in custodia un detenuto, il medico di un servizio psichiatrico di diagnosi e cura che dispone la contenzione fanno tutto ciò a partire da un potere legale. L’abuso di questo potere che trascende in violenza può diventare tortura: le 87 ore di trattamento psichiatrico obbligatorio che hanno condotto a morte Francesco Mastrogiovanni nell’ospedale di Vallo della Lucania, per non fare che un esempio.

 

Quali sono dunque, in sintesi, i motivi principali del suo rifiuto ad approvare nella forma attuale il ddl di cui era stato primo firmatario?

Il primo radicale motivo di dissenso è legato a quanto sopra chiarito. Nel testo attuale la tortura infatti è ascritta ai reati comuni, sarà cioè imputabile a chiunque, non solo ai pubblici ufficiali, perdendo così la sua connotazione essenziale. Il secondo motivo riguarda il tipo di violenza perseguibile. Nella Convenzione Onu si parla di “ogni violenza fisica e psichica”, mentre nel ddl attuale – dopo successivi rimaneggiamenti - si riconoscono come tortura le violenze o minacce gravi (divenute plurali) che siano state esercitate tramite “più condotte”. Perché vi sia tortura, sembra suggerire questa dizione, sono necessarie dunque, a mio modo di interpretare la sottigliezza del linguaggio, violenze fisiche non solo ripetute, ma anche esercitate in tempi diversi. Paradossalmente – e quasi mi imbarazzo a usare queste parole - delle lesioni potrebbero e dovrebbero, a questa stregua, configurarsi come esito di tortura solo se prodotte in un certo lasso di tempo: una oggi, una domani, una dopodomani… Il terzo punto riguarda l’aspetto della sofferenza psichica prodotta dai trattamenti in questione: la tortura mentale viene circoscritta, nel testo attuale, a quando le violenze o le minacce producano un trauma psichico che deve essere “verificabile”. Notoriamente i processi per tortura avvengono a distanza di tempo dal fatto e quindi la verificabilità di un trauma di natura psichica equivale, di fatto, alla sua non verificabilità.

 

Da alcune parti è stata anche criticata la limitazione della perseguibilità dei pubblici ufficiali nel caso che “le sofferenze inflitte siano risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative e limitative di diritti”. Qual è la sua posizione?

In questo caso considero il testo pleonastico ma non sbagliato. È una formula che permette di non confondere la privazione della libertà, anche in condizioni pesanti, con la tortura, un concetto che non bisogna assolutamente estendere a rischio di banalizzarlo. Tenere una persona in una cella piccola non è tortura; costringerla a restare in piedi per dodici ore in una cella piccola lo è.

 

Quale crede sarà il destino che attende il provvedimento nell’attuale scenario politico italiano?

 

Non ne ho la più pallida idea. Tuttavia, se la legislatura continuerà fino al suo esito naturale, prevedo che la Camera confermerà la legge nella forma approvata dal Senato (con 195 voti a favore, otto contrari e 34 astenuti) perché c’è la volontà del governo di farla passare.

Torna

Bookmark and Share
Notizie Naga

12/04/2018

Lacrime

La testimonianza di un volontario del Naga.

Leggi tutto »

10/04/2018

Disagio cronico.

Leggi lo studio completo e il comunicato sulla patologia cronica nel paziente irregolare.

Leggi tutto »

06/04/2018

Raccogliere la sfida della complessità

Le richieste del Naga per le famiglie sgomberate dall'ex caserma Perrucchetti. E non solo.

Leggi tutto »

Eventi

02/05/2018