Nagazzetta marzo 2017

l'intervista

 

Resistere a Trump

 

Bruno Cartosio, studioso di storia sociale, politica e culturale degli USA, autore di libri come "I lunghi anni Sessanta: movimenti sociali e cultura politica negli Stati Uniti (Feltrinelli, 2012)" riflette sulle dinamiche innescate dall'elezione di Donald Trump. 

  

Resistere a Trump

Berlino, Gennaio 2017. Una donna alla manifestazione di fronte all’ambasciata statunitense, in solidarietà con la marcia delle donne a Washington e in molti altri Paesi.


Cosa sta significando Trump per il mondo della sinistra e dei movimenti negli Stati Uniti?

I movimenti hanno ricevuto nuovo impulso dalla fine della grande recessione nel 2011-12 e, ora, dall’elezione di Trump. L’ultima delle mobilitazioni di massa, lo sciopero dell’8 marzo, ha confermato che le donne ne sono alla testa. Negli appelli alla mobilitazione è venuto da loro un inedito, forte richiamo alla solidarietà e alla giustizia sociale, all’inclusività teorica e politica. Non c’è dubbio che la candidatura e la presidenza di Trump abbiano accelerato e radicalizzato la protesta. You are not my president e Resist sono stati gli slogan più diffusi.


I movimenti sono fenomeni soprattutto metropolitani. Sono tanti e di varie dimensioni; hanno una fisionomia culturale e politica composita, in cui si riflettono le divisioni della società. Finora sono stati spesso settoriali, pur essendo attraversati da alcuni “temi” ricorrenti: le discriminazioni socio-razziali e le disuguaglianze economiche, la xenofobia, il sessismo. E’ però vero, d’altro canto, che è cresciuta la condivisione delle parole d’ordine mobilitanti e la compartecipazione alle proteste: a quelle dei neri contro le violenze della polizia hanno partecipato anche bianchi, in quelle dei latinos c’erano anche neri; a quelle delle donne c’erano donne e uomini, bianchi e non, etero e LGBTQ.


La ripresa era iniziata nel 2011 con Occupy Wall Street, sulle disuguaglianze sociali. In un crescendo, il panorama si è progressivamente arricchito dei Black Lives Matter; del movimento degli ispanici e dei lavoratori di McDonald's, di quello per il salario minimo a 15 dollari, del movimento degli studenti contro i costi dell’istruzione e per una nuova politica dell’immigrazione. Infine, l’impennata: offese da Trump e con il diritto all’interruzione della gravidanza sotto attacco, anche le donne non nere, non ispaniche, non sottopagate sono scese in lotta: nel novembre 2016, il 21 gennaio 2017, quando sono state tre milioni in tutti gli Stati Uniti, e l’8 marzo.


Erano anni che non si dava una reattività sociale così alta e condivisa. Inoltre, intorno ai movimenti è vivo un vasto campo di opinione – riviste di cultura politica e centri di ricerca, intellettuali e persone di spettacolo – capace di analisi raffinate e politicamente radical. Senza tutto ciò nella politica istituzionale non sarebbero potute entrare figure di socialdemocratici come Bernie Sanders, il concorrente di Hillary Clinton nelle primarie, e Keith Ellison, sconfitto di misura nella corsa alla presidenza del Comitato Nazionale Democratico.


I grandi organi d’informazione mainstream non sono di sinistra, anche se spesso, nell’ultimo anno, il loro giornalismo ha fornito elementi alla sinistra intellettuale per rappresentare adeguatamente il pericolo Trump. Ma il fatto stesso che questa voce quasi unanime non sia servita a spingere Trump fuori dalla corsa elettorale (prima ancora che dalla Presidenza) dà la misura della loro limitata incidenza: ormai neppure il 20 per cento del pubblico trae la sua informazione da giornali e tv. E i social media che li sostituiscono presentano fisionomie diversissime, incluse quelle della destra estrema che ora, con Trump, è salita ai vertici del potere.


Se Trump ha funzionato da reagente chimico negli Stati Uniti, è possibile immaginare una sua funzione analoga per la disastrata Sinistra europea?

Non direttamente: non Trump, ma una ricomposizione dei movimenti che riesca ad aprire una nuova conflittualità contro lui e la sua amministrazione potrebbe avere effetti positivi anche al di fuori degli Stati Uniti, anche quando i temi centrali – a parte la xenofobia contro migranti e rifugiati – non siano gli stessi. Non sarebbe la prima volta. Le lotte per i diritti civili degli afroamericani e l’opposizione alla guerra del Vietnam negli anni Sessanta ebbero un ruolo di stimolo all’impegno civile e politico anche in Europa. Lo stesso per i movimenti di liberazione delle donne, che investirono l’Europa dopo avere assunto dimensioni di massa negli Stati Uniti.   


In questi due mesi di presidenza Trump, caratterizzati da un sempre basso indice di gradimento, ci sono stati spostamenti nell’ordine di importanza dei temi del suo populismo? Il tema migranti continua a occupare il primo posto o forse è ora il protezionismo economico a essere in primo piano?

Nel suo populismo demagogico e reazionario – lontano dai populismi del passato americano che furono movimenti popolari e riformisti – i temi “portanti” sono la xenofobia (nelle forme dell’antiislamismo e dell’antiispanismo, tesi a bloccare le immigrazioni ed espellere gli immigrati) e il protezionismo economico (fino a che l’eventuale passaggio dalle enunciazioni alla messa in pratica non si mostrerà rovinoso). L’alone ideologico che tutto avvolge è quello di un neoliberismo camuffato e aggressivo, che include da un lato l’abbattimento dei controlli sul mondo della finanza e l’alleggerimento fiscale per i più ricchi, in stridente contraddizione con le promesse di occuparsi dei “dimenticati”; dall’altro lato un elitarismo retrivo, che vorrebbe eliminare la riforma sanitaria di Obama, e maschilista, che intende tagliare l’assistenza e previdenza sociale e le strutture che praticano l’interruzione della gravidanza; senza contare la cancellazione delle leggi a protezione dell’ambiente. Questi temi si alterneranno al proscenio a seconda degli umori e delle convenienze.


La posizione istituzionale di Trump per ora è solida, nonostante il basso gradimento popolare, perché i repubblicani hanno la maggioranza in entrambe le Camere. In realtà, la sua azione di governo ha già suscitato malumori nel suo stesso partito, perché sembra discendere senza mediazioni dalle sue convinzioni “private”, che risalgono a una cultura politica d’accatto e ottusamente autoritaria. Inoltre essa non sarà senza opposizioni: il primo Muslim Ban è stato cancellato dall’azione combinata della piazza e di giudici non “allineati” (e il secondo, bloccato da un giudice hawaiano, sembra destinato alla stessa fine). Gli arresti e le deportazioni di immigrati illegali, mostrati in TV con grande clamore, hanno subito una battuta d’arresto e spinto molti gruppi e soprattutto molte città a dichiarare di voler proteggere i loro immigrati. E la cancellazione dell’”Obamacare” incontrerà un’imprevista opposizione popolare.

Torna

Bookmark and Share
Notizie Naga

18/07/2018

Online la Newsletter Fuorivista n.3 - Luglio 2018 - COME LA PIOGGIA

Fuorivista, la newsletter delll'Osservatorio Accoglienza 2018

29/06/2018

L'Isola Europa: il reality.

Il commento del Naga al vertice europeo

Leggi tutto »

Eventi

04/09/2018

Chiusure Estive
Controlla le aperture e le chiusure dei nostri servizi.

Leggi tutto »

23/09/2018

Un calcio al razzismo - In torneo per Italo
Partecipa alla terza edizione del torneo!

Leggi tutto »