Nagazzetta - novembre 2015 -

l'intervista

 

Il bagaglio leggero

 

Luca Pisoni è uno studioso di antropologia e archeologia della contemporaneità. Tra il 2008 e il 2010 ha condotto una ricerca sui lavoratori africani a Rosarno. Nell’estate di quest’anno ha intervistato un campione di una cinquantina di profughi, la maggior parte eritrei di fede cristiana copto-ortodossa, in transito tra Bolzano e il Brennero. Obiettivo del suo lavoro indagare quali sono gli oggetti che i migranti portano con sé nel viaggio che li condurrà in Europa.

 

Come si è svolta la tua ricerca e quali i risultati più significativi cui ha condotto? Si potrebbe immaginare anche per la tappa del Brennero una sorta di museo degli oggetti che accompagnano gli attuali flussi migratori, come è stato fatto nel Museo delle Migrazioni di Lampedusa e Linosa?
Da archeologo mi sono ritrovato spesso a pensare a quali oggetti mi sarei portato in un viaggio epocale come quello che affrontano i migranti in questi mesi. E’ nato così il progetto di ricerca Cosa mi porto in Europa? (http://lucapisoni.blogspot.it/2015/08/cosa-mi-porto-in-europa.html), svoltosi nelle stazioni dove i migranti sostano per qualche ora in attesa del treno che li porterà in Germania. Dei profughi che ho intervistato, maschi e femmine tra i 20 e i 40 anni e qualche famiglia con bambini, solo pochi giovani conoscevano l’inglese. Il motivo della loro partenza è la dittatura militare che affligge l’Eritrea. Il viaggio si è snodato tra il paese d’origine, Sudan, Sahara, Libia e Lampedusa. Le vite, fatta eccezione per il lavoro, potrebbero essere quelle di noi italiani, con casa e famiglia al centro. Ovviamente, viste le contingenze tragiche del viaggio, non tutti avevano voglia di parlare. E’ stato il momento più difficile. Mi sono sentito di troppo e sono stato sul punto di lasciare, fino a quando non ho capito che erano molti, invece, a desiderare di essere intervistati e trattati finalmente come persone e non solo come una categoria giuridica (profugo). Le domande che ho posto hanno toccato diversi argomenti: il viaggio, la famiglia, la religione. Ma principalmente ho chiesto di mostrarmi gli oggetti che avevano con sé negli zaini e nelle borse. Del bagaglio di partenza era rimasto ben poco, in quanto la maggior parte di loro era stata derubata lungo il tragitto e aveva conservato solo gli effetti personali più stretti. Ho realizzato una documentazione fotografica e le interviste, nelle quali ho chiesto loro di ricostruire la biografia delle cose che si portavano appresso. Diversamente dal Museo di Lampedusa e Linosa, dove gli oggetti delle collezioni sono stati raccolti tra quelli che i migranti avevano perso nei barconi approdati sull’isola, lo sbocco di questa mia ricerca sarà un sito web, curato da Matteo Moretti dell’Università di Bolzano e dal giornalista Massimiliano Boschi, dove confluiranno fotografie e video, girati con Monika Weissensteiner della fondazione Alexander Langer.

Quali sono le principali e più urgenti funzioni che assolvono gli oggetti scelti per il viaggio?
Tra gli oggetti alcune conferme, come le foto dei propri cari, le croci, le Bibbie e l’onnipresente, indispensabile smartphone. Il cellulare è per i migranti come la bussola per un marinaio. Lo usano per comunicare a casa via Facebook che stanno bene, chiedere a chi è già arrivato in Germania dei consigli sul tragitto, guardare le foto di famiglia e ascoltare diversi tipi di musica. Tutti conoscono il pezzo reggae Haq, di Jacky Gosee, di un cantante etiope che racconta le difficoltà e le tragedie di chi, come loro, dal Corno d’Africa viaggia verso l’Europa. Quasi tutti hanno con sé la croce: in Eritrea, dicono, è diffusissima. Alcuni portano al collo medaglioni in legno, simili a piccole icone, con delle rappresentazioni degli Arcangeli. Ci sono anche molte Bibbie, di piccole dimensioni, quasi tascabili, scritte in tigrino e con diverse raffigurazioni di carattere religioso.  La funzione più urgente assolta dagli oggetti è quella della consolazione. Per evitare di cadere in depressione, cosa tutt’altro che remota, pregare consultando la Bibbia, lo sguardo alle foto dei parenti e l’ascolto della musica preferita sono gesti ripetuti quotidianamente che danno conforto e ricordano le cose più care, che non si sono potute portare con sé: casa, famiglia e religione. L’aiuto degli oggetti contribuisce a guadagnare energie, a resistere e a reagire attivamente alle condizioni durissime del viaggio.

Quale è il ruolo particolare dei tatuaggi in questa sorta di “bagaglio leggero” del profugo?
I tatuaggi si inseriscono benissimo in questo discorso in quanto, a differenza degli oggetti, non possono essere smarriti e creano dei legami perenni tra chi li ha realizzati - a mano con ago e inchiostro - e chi li porterà sulla pelle. Un ragazzo mi ha mostrato la scritta Mia Madre che gli aveva tatuato la madre stessa sul braccio. Molti avevano sulle spalle delle croci realizzate dagli amici più cari, mentre uno aveva la scritta I love you mother fatta in un carcere eritreo da un compagno di cella.

 

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Foto: Luca Pisoni

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