Nagazzetta - Settembre 2015 -

la storia

 

Ingo Schulze (Dresda, 1962) è uno degli scrittori tedeschi contemporanei più noti anche in Italia (33attimi di felicità, Semplici storie, Bolero berlinese, Vite nuove, Arance e angeli, Adam e Evelyn), ma anche un intellettuale molto presente nel dibattito pubblico. Ha interpretato criticamente la riunificazione tedesca e il neoliberismo della Germania di Angela Merkel. (Noi nella crisi. Chi paga il conto?) Negli ultimi tempi si è impegnato attivamente con il Pen Club nella questione dei migranti. In questa veste gli abbiamo chiesto di proporre una sua riflessione per la Nagazzetta. Schulze ha accettato senza esitazioni ed ecco il testo che ci ha inviato:

 

Il mio amico Rick, trafficante di uomini

 

Conosco Rick da molto tempo, su per giù da trent’anni. Era proprietario di un bar a C., una città portuale del Mediterraneo in cui si dava ritrovo gente d’ogni sorta, tra cui anche ufficiali di un esercito poco popolare nel paese. Rick – piccoletto, sulla quarantina, gran fumatore, di un’eleganza impeccabile - divenne per caso trafficante di uomini. Un tipo che aveva la polizia alle calcagna, fidandosi di lui, gli aveva dato da custodire due visti di transito e Rick li passò a due profughi la cui vita era in pericolo. E perché la loro fuga andasse a buon fine, Rick fece fuori anche un alto ufficiale. La sua azione non ha messo fine alla nostra amicizia, anzi. Io – e non solo io – ero convinto che Rick avesse agito per il meglio.


 

A quel tempo, nel 1943, a Casablanca (o meglio, negli studi della Warner Bros.), non ci si poteva immaginare che un giorno gli uomini sarebbero fuggiti in direzione dell’Europa, e in particolare di Austria e Germania. Eppure quello della fuga è un tema antico, presente quasi in ogni famiglia. Nel 1977 mio padre fuggì con i miei due fratellastri e la sua seconda moglie dentro un camion piombato dalla Germania orientale a quella occidentale. A Est quelli che li trasportarono erano chiamati trafficanti di esseri umani perché chiedevano un sacco di soldi per farlo. A Ovest erano invece dei soccorritori perché affrontavano un alto rischio per una buona causa. Comunque si chiamassero, rischiavano di finire in un carcere della DDR.

 

Anche per quelli che fuggivano il rischio era alto perché vai a sapere chi lo avrebbe aperto, il camion. Sfidavano la sorte pur avendo un tetto sulla testa, cibo a sufficienza, una buona assistenza sanitaria e una discreta scuola per i loro figli. Ma l’oppressione che pativano era tale da indurli comunque alla fuga. A nessuna persona dotata di buon senso sarebbe venuto in mente di considerare quei trafficanti dei criminali. A ragione si ritenevano colpevoli coloro che causavano quelle fughe rocambolesche negando la possibilità di partire con passaporto e visto.

 

Ogni profugo che arriva oggi in Germania lo deve a un trafficante. Se riconosciamo a qualcuno il diritto di mettersi in salvo da guerre, persecuzioni, torture, fame e miseria, allora ecco che sono i trafficanti quelli che rendono operativo quel diritto. E il denaro ricompensa la loro capacità di superare le barriere erette dall’Europa per rendere impossibile una emigrazione legale.

 

Il profugo ha una sola chance, quella di finire nelle mani di trafficanti in gamba. La cosa terribile è che si deve affidare. E quel che può accadere quando esseri umani sono in balia di altri esseri umani ce lo possiamo bene immaginare. L’unico mezzo di pressione di cui dispongono i profughi verso i trafficanti è che, se verranno uccisi, lasciati annegare, fatti morire di sete o semplicemente derubati, non potranno più fornire loro delle referenze. In ogni ambito costretto all’illegalità si sviluppa il crimine organizzato.

 


La guerra contro i trafficanti di esseri umani non può essere vinta. Non farà che alzare i prezzi, rendere il business sempre più professionale. Ma, ammesso che la guerra possa essere vinta, dove si andrebbe a parare? I profughi dovrebbero comprarsi da sé i gommoni, imparare a guidarli e corrompere le guardie costiere? O non dovrebbero semplicemente restarsene in Turchia, Giordania, Libano, Egitto, Libia, ecc.?

 

L’indignazione nei confronti dei trafficanti si ritorce su coloro che sono responsabili, su entrambe le sponde del Mediterraneo, della loro esistenza, dunque anche su di noi, sull’Europa, sull’Occidente. Solo ora che i profughi ci riguardano così da vicino, anche il conflitto in Siria è tornato a occupare i media e l’agenda della politica. Se i milioni di profughi nei paesi confinanti con la Siria si metteranno in cammino, si avvererà ciò che William Nicholson ha descritto nel suo libro “La marcia”: centinaia di migliaia di disperati in rotta verso l’Europa. Nel suo saggio “In nome dell’umanità” Heribert Prantl cita una scena del film tratto da questo libro, dove il capo di quella moltitudine dice: “Non abbiamo altro potere che quello di decidere dove vogliamo morire. Tutto quello che pretendiamo è che ci guardiate morire!”

 

Quando nel 1990 la BBC mandò in onda il film, nei titoli di coda, per buona pace degli spettatori, si leggeva che quella era una storia di fantasia. Ora quella storia sta diventando la nostra realtà.
Alla radio tedesca un volontario greco che distribuiva bottiglie d’acqua ha chiesto perché lasciamo che il trasporto dei profughi sia nelle mani della mafia.  La guerra contro i trafficanti ha lo scopo di allontanare dal nostro campo visivo la miseria dei migranti (come fecero con successo gli embedded journalists nelle guerre in Afghanistan, Irak e Libia). In altre parole: senza trafficanti, niente selfie con la cancelliera. Il mio amico Rick avrebbe detto: “This is the beginning of a beautiful friendship”.

Ingo Schulze

 

[Traduzione di Eva Banchelli]

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