Comunicati Stampa
Il razzismo istituzionale di via Padova
25/02/2010
di Pietro Massarotto - Editoriale apparso su Carta anno XII n.5 19-25/2/2010
I commenti e le reazioni ai fatti accaduti sabato scorso in Via Padova a Milano dimostrano in modo evidente come l'immigrazione sia sempre di più l'argomento politico per eccellenza.
Politico nel suo senso deteriore: strumentale, superficiale, populista, smarrito.
Smarrimento di chi, in buona fede, non riesce proprio a conciliare il mito o il dogma del "buon selvaggio" con lo scoppio della violenza, tanto più se apparentemente ingiustificabile.
Superficialità di (quasi) tutti.
Strumentalità e populismo di chi riesce da anni, almeno da un decennio, a compattare i cittadini italiani su un'idea astratta di identità nazionale, costruita e percepita esclusivamente in opposizione all'altro "straniero" e,
quando va bene, per qualche successo sportivo.
Il casus belli di sabato scorso è stato fatalmente casuale: forse un piede pestato sull'autobus.
La reazione è stata con ogni evidenza esagerata e tuttavia simbolica. La rabbia per l'omicidio del connazionale si è tramutata in un amen in caos dimostrativo; l'obiettivo contingente erano i "latinos" (ammesso che una
definizione simile sia accettabile) ma è stata la diffusa frustrazione sociale dei cittadini stranieri ad alimentare la protesta.
Negli ultimi quindici anni i governi che si sono inutilmente succeduti sono riusciti ad imporre il falso ed ormai ampiamente accettato sillogismo secondo cui il cittadino straniero è comunque un irregolare, dunque un clandestino e dunque un delinquente.
Effettivamente, dato che l'Italia non ha di fatto una normativa (né efficace né sensata) per l'ingresso sul territorio, oltre il 90% dei cittadini stranieri è costretto ad entrare irregolarmente (dati ministeriali, si badi), regolarizzandosi poi, quando possibile, a mezzo di qualche sanatoria o con qualche rischioso stratagemma.
Ergo: l'immigrazione in Italia è fin dalla partenza irregolare. La condizione di irregolare fa dolorosamente e necessariamente parte, almeno per un tratto, del percorso esistenziale di ogni cittadino straniero.
Se le regole venissero seguite, l'Italia non avrebbe immigrazione. E' una verità banale che tuttavia raramente viene espressa. Viene taciuta perché forse appare enorme e insieme troppo semplice, eppure è il vizio costitutivo dell'intero approccio italiano al fenomeno migratorio.
La clandestinità, che oggi è addirittura diventata un reato, non è volontaria né è una libera scelta, è piuttosto un destino obbligato, necessario.
L'alternativa, se si esclude quella di non emigrare, semplicemente non c'è. Certo. Ma tutto ciò c'entra con Via Padova? C'entra. Perché l'aver legislativamente determinato un'irregolarità, per così dire, originaria in capo a ogni immigrato, ha altresì profondamente instillato nell'opinione pubblica la coscienza - la falsa coscienza - dell'esistenza nelle persone che emigrano di un quid di truffaldino, di illecito.
Da lì alla discriminazione e al razzismo il passo è davvero breve. Intendiamoci: il razzismo e la discriminazione ci sarebbero con ogni probabilità ugualmente, ma sarebbero minoritari e soprattutto non legittimabili.
Una legge e una politica strutturate ontologicamente per impedire l'accesso regolare sul territorio, da una parte, costituiscono il brodo di coltura ideale per ogni discriminazione, dall'altra, tendono a determinare negli stessi
immigrati un senso di inferiorità e impotenza.
In un quartiere stratificato da un punto di vista dell'immigrazione come quello di via Padova, in assenza di qualsiasi prospettiva politica e sociale, l'impotenza e il senso di inferiorità possono divenire rabbia violenta, catartica. Rabbia che si auto-legittima in modo apparentemente indipendente dall'obiettivo del momento.
Così delineati, i fatti di Via Padova divengono - forse - quasi comprensibili, quasi inevitabili.
Le rivolte violente di Rosarno e di Via Padova quasi non stupiscono più.
Le reazioni degli "italiani", quelle sì, stupiscono. Quasi.

