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Neppure il diritto di morire

16/02/2017

"Pronto, è il Naga, sportello legale".
All'altro capo del telefono, tra il gracchiare della linea telefonica e la confusione di un altro turno affollato, una voce maschile, garbata: "Buonasera... non so se mi sto rivolgendo al servizio giusto, ma non so bene a chi chiedere..."
"Provi a dirmi: se non posso aiutarla io, cercherò di indirizzarla verso il servizio giusto".


"Sono il dottor X, dell'hospice di Y". Hospice. Quella parola contiene già qualcosa di terribile.


"Abbiamo qui un ragazzo del Z, un ragazzo giovane... fino a poco tempo fa era ospite in un centro di accoglienza, poi si sono accorti che non... non stava bene". Intuisco già il seguito; non oso chiedere l'età, forse è meglio non saperla.
"Purtroppo... non è più possibile curarlo, e allora l'abbiamo trasferito qui, ma lui vorrebbe... ci ha chiesto di poter tornare dai suoi, nel suo paese, prima di morire, avrei bisogno di qualche consiglio su come procedere".

 

Deglutisco, cerco di recuperare rapidamente la lucidità. Mi spiega che hanno contattato il ministero dell'interno, ma il costo di un trasferimento sanitario eccede il budget previsto per i rimpatri assistiti, e allora hanno deciso tra di loro, medici e infermieri, di raccogliere il denaro necessario per concedere almeno questa piccola consolazione alla sua vita così sfortunata; ci vuole una grossa somma, circa 15.000€, ma ce la stanno facendo; rimane un ultimo, micidiale, implacabile ostacolo: la frontiera.

 

Il ragazzo è senza passaporto, e così non si può imbarcarlo; impossibile fargliene avere uno, i tempi sarebbero troppo lunghi; hanno chiesto allora all'ambasciata del suo paese un documento, ma dalla questura spiegano che per essere considerata valida, la dichiarazione consolare delle sue generalità deve passare "per la prefettura", ma non hanno specificato in che modo.

 

A questo punto gli spiego come funziona la legalizzazione dei documenti: si va su un sito web, si prende un appuntamento, di solito per qualche mese dopo, e infine si va in prefettura a farsi apporre un timbro sui documenti.

 

"Non c'è tempo", mi risponde sconsolato, la voce gentile s'incrina; entrambi facciamo fatica a mantenere una parvenza di distacco professionale.

 

Dopo una breve consultazione tra volontari, l'unica cosa che possiamo suggerire è di chiamare direttamente la compagnia aerea che dovrà trasportarlo (in barella e accompagnato da infermieri), spiegare la situazione e implorarli di imbarcarlo col solo documento consolare non legalizzato.

Si tratta, tanto per cambiare, di eludere la legge: ma ci siamo abituati, perché una legge che riconosca alle persone il diritto di spostarsi, scegliere da sé il luogo dove vivere e se lo desiderano fare ritorno al paese da cui erano partiti, non esiste.

 

La pretesa di controllare i nostri corpi e ciò che ne facciamo non si ferma certo davanti al cancro, davanti alla morte. E allora il corpo quasi inerte di un ragazzo partito probabilmente già col male addosso e mai curato perché povero, un ragazzo palesemente innocuo, ormai incapace di muoversi da solo, inchiodato a una barella, diventa un problema di ordine pubblico, un trasgressore, chissà magari un potenziale terrorista; non rimane che sperare nell'umanità residua degli impiegati della compagnia aerea.

 

Ci scambiamo i contatti, e da parte mia gli prometto di farmi vivo se dovessi avere novità.

 

Anche stasera tornerò a casa col mio carico di dolore, immensamente piccolo se confrontato a quello delle persone che ho incontrato, e con la mia grande rabbia: e avrò un'altra occasione per maledire la stupidità dei governi, del potere, di questo mondo incredibilmente ingiusto.

 

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