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Comunicati Stampa

Sgombero di Via Lampedusa

22/06/2017

Di certo c'è solo che erano centinaia. Anzi, no. Di certo c'è che sono centinaia, e che, adesso, dopo lo sgombero degli stabili in cui vivevano, nessuno sa dove si siano trasferiti. La città non l'hanno lasciata. Questo è sicuro. Ci stiamo riferendo a centinaia di cittadini stranieri originari del Nord Africa che, da qualche mese, occupavano tre grossi palazzi abbandonati situati in via Lampedusa a Milano.


Lo scorso martedì 13, le forze dell'ordine li hanno allontanati dagli stabili. Così, semplicemente allontanati, senza prevedere in alcuno modo la possibilità di offrire loro una qualche sistemazione alternativa.


La maggior parte erano ragazzi molto giovani e freschi della traversata del canale di Sicilia. Altri, in numero inferiore ma, comunque rilevante, erano persone che in Italia ci vivono da lungo tempo. Tra questi i più avevano finito per perdere - dopo dieci venti venticinque anni di permanenza - il loro permesso di soggiorno. Altri si erano rifugiati in quelle case pur essendo in possesso di un documento ancora valido. Infine, per completare questo breve censimento, c'erano alcuni minorenni, anche loro reduci dal viaggio in mare. Così come alcune ragazze che, se non erano minorenni, erano comunque giovanissime.
Le condizioni di vita, ed il livello di degrado igienico-sanitario, all'interno di stabili che, privi di acqua corrente e riscaldamento, erano dotati di scarsa corrente ottenuta con allacci di fortuna, certo non rendevano quel posto  adatto ad una vera accoglienza, ma era comunque, per chi ci viveva, una casa, un luogo dove stare diverso dalla strada dove ora, invece, andranno a vivere. Uno sgombero senza alternative non prevede, per chi lo subisce, nessuna  altra possibilità.


Nei giorni successivi allo sgombero i volontari dell'unità di strada di Medicina di strada del Naga sono usciti più volte per cercarli e provare a riprendete il lavoro che, dallo scorso febbraio, svolgevano con loro. Nulla di più che fornirgli le informazioni ed il sostegno necessari nel tentativo di accedere a quei diritti che la legge italiana, sulla carta, concede.

Siamo riusciti ad intercettare qualcuno di loro: uno di loro si accingeva a dormire sul marciapiede di fronte ai palazzi di via Lampedusa; altri lavavano i propri vestiti ad una fontanella pubblica più prossima, altri sono stati loro a contattarci  e tutti hanno riferito di aver trovato altri alloggi di fortuna in zona. Di fatto è stato, quindi, solo spostato il problema, rendendo ancor più precaria la situazione degli sgomberati.

A., il ragazzo che dormiva sul marciapiede ha diciassette anni. E, proprio, sui giovani minorenni si è palesata l'inadeguatezza dell'organizzazione del servizio di prima accoglienza previsto dal Comune : per riuscire ad accedere al sistema che li avrebbe condotti in una comunità dedicata, veniva imposto loro di presentarsi, ogni giorno alle 8.30 del mattino, presso gli uffici predisposti in via Statuto. Mancare una volta all'appello avrebbe significato perdere la precedenza acquisita. Come se un ragazzo di quindici, o sedici anni, scioccato dal fatto di essersi trovato, inaspettatamente, a dormire per strada, possa essere trattato alla stregua dell'utente di un centralino telefonico.

Dopo numerosi tentativi di contatto con le Istituzioni, ci siamo resi conto che la situazione è peggiorata: in seguito alla recente chiusura del cosiddetto HUB di via Sammartini, non esiste più una struttura,  né pubblica né convenzionata né privata, in grado di dare un alloggio emergenziale ad un minorenne non accompagnato che, presentandosi in via Statuto,  rimane  nella coda che gli permetterà, nel giro di un mese o più, di accedere al sistema di prima accoglienza. Ed essere, infine, affidato ad una comunità. Non gli viene lasciata altra alternativa che dormire in strada, o arrangiarsi in altro modo. 

Prima che lo sgomberino di nuovo.

Chiediamo al Comune di Milano di attivarsi con urgenza per risolvere una situazione insostenibile.

 

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Foto: unità mobile del Naga. Crediti: Luana Monte

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