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Sono qui

28/06/2016

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Quando vado a chiamare il prossimo utente in sala d'attesa, e nell'angolo vedo due ragazzini, rimango perplesso: non saranno i figli di qualcuno, lasciati lì ad aspettare?


"Per l'avvocato?" chiedo esitando; si alzano subito e mi vengono incontro.
D. ha compiuto 18 anni a gennaio, ma non lo diresti mai: non un accenno di barba, occhi grandi da bambino.
Il colloquio è complicato: nonostante sia qui da più di un anno, di italiano sa poche parole, al Naga c'è confusione, lui parla sottovoce in francese e io fatico molto a capire quello che mi dice; per fortuna l'altro ragazzo - che scoprirò essere suo fratello minore - ogni tanto mi aiuta traducendo qualche parte.


Ad aprile gli hanno revocato le misure di accoglienza: ci facciamo raccontare che cosa è successo, e viene fuori l'incredibile. Ha passato un anno inutile in un "centro di accoglienza" ricavato in un residence poco fuori Trento; in tutto quel tempo, non solo non ha imparato l'italiano, ma non gli hanno neppure fissato un appuntamento per chiedere la protezione internazionale, non gli hanno procurato un permesso di soggiorno (era minorenne, sarebbe stato facile) e di conseguenza non ha carta d'identità né tessera sanitaria: colpa della Questura, dicono, che è intasata e non riesce ad evadere le richieste. All'inizio di aprile insieme ad altri ospiti partecipa a una manifestazione contro questo stato di cose: c'è qualche tensione, ma nessun incidente; qualche giorno dopo, "casualmente" arriva la decisione - durissima - di allontanarlo insieme ad altri ragazzi (lui ci parla di 7 in tutto, la stampa riporta 9); negano che la causa sia la manifestazione, parlano di reiterate minacce (che poi non sono che spintoni) nei mesi precedenti.

 

Tutti questi dettagli comunque li scopriamo cercando notizie su internet, perché nel provvedimento che gli hanno dato in mano non ce n'è traccia: si parla solo di "violazione grave delle regole" e si fa riferimento a una "nota" e a una "relazione" dell'Assessorato Provinciale competente, di cui lui non possiede copia; una mostruosità giuridica, inconcepibile in uno stato che si pretende di diritto: come difendersi da un'imputazione che non si conosce? Cacciato dal "centro di accoglienza", D. viene a Milano, perché qui c'è suo fratello, accolto in una struttura per minori non accompagnati poco fuori città: a lui è andata bene, sembra soddisfatto e ha imparato molto bene la lingua. Dopo lo sgomento e la rabbia, ci diciamo "dobbiamo fare qualcosa". Già: ma come? I termini per il ricorso scadono tra pochi giorni, non abbiamo avvocati che possano seguire una causa a Trento, e trovarne non è facile: si tratta di un ricorso al TRGA (il TAR del Trentino), e questo significa dover pagare preliminarmente il contributo unificato di 300€, e soprattutto avere pochissime speranze che sia riconosciuto il patrocinio a spese dello Stato, perché sulla giustizia amministrativa da qualche anno è in corso una stretta (e da qualche tempo si hanno segnali che ora tocchi anche alla giustizia civile ordinaria): paiono tecnicismi, persino ai soci del Naga che non fanno sportello legale probabilmente potrebbero sembrare solo parole aride, burocrazia. Eppure sono questi tecnicismi i mattoncini con cui è costruita la struttura invisibile che sorregge i bastioni fisici della Fortezza Europa, una struttura ben più robusta dei muri e più violenta degli attacchi coi lacrimogeni, di cui noi ogni giorno cerchiamo di smontare qualche pezzettino con la collaborazione di avvocati appassionati e di qualche giudice intelligente. Ci mettiamo al lavoro, ma l'unico studio di Trento con cui abbiamo un contatto ha già chiuso, così non ci resta che preparare i documenti per chi domani mattina potrà continuare la ricerca. Mentre ancora ci stiamo consultando tra volontari, D. ci saluta: si è fatto tardi, e suo fratello deve assolutamente rientrare in comunità; lui invece andrà a dormire per strada in zona Stazione Centrale. Mi viene da piangere a vederlo così bambino, ma mi trattengo: ha bisogno di coraggio, adesso, non di compassione. Lo saluto stringendogli la mano, e gli dico "bonne chance"; lui risponde con un sorriso a metà, sarcastico, un sorriso che gli ho visto fare più volte nel corso della conversazione: poi tenendomi ancora la mano abbassa gli occhi, li rialza, mi fissa, risponde "Oui, merci" e sorride, stavolta sorride davvero.

 

Ma non basta quel lampo a cancellare la mia rabbia e il mio senso di frustrazione; rimango lì un po', davanti alla porta, a finire una sigaretta, ancora una volta senza risposte, ma con una moltiplicata voglia di lottare: stasera c'è l'assemblea dei soci, ne ho già perso un bel pezzo, e io sono triste da morire per D. che stasera dormirà per strada, ma carico come non mai, perché è anche per lui, e per me, che sono qui.

 

Foto Irene Carmassi

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