(Ben)venuti - Luglio 2017

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Volontariato obbligatorio

 

In questi ultimi mesi, durante i quali abbiamo pubblicato la newsletter (Ben)venuti, molto è stato detto e scritto in materia di accoglienza e diritto di asilo, soprattutto a proposito delle modifiche introdotte dal cosiddetto decreto Minniti.
Questa volta ci vorremmo soffermare sulla “partecipazione dei richiedenti protezione internazionale ad attività di utilità sociale” (art.22-bis del DL 13/2017, convertito in legge 46/2017). Il testo invita le Prefettura e gli enti locali a promuovere “ogni iniziativa utile all’implementazione dell’impiego di richiedenti protezione internazionale, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore delle collettività locali”.
Il tema non è certo una novità nella gestione delle politiche migratorie italiane ma la necessità di esplicitarlo in questi termini svela le intenzioni e gli obiettivi del legislatore.
In virtù della tanto agognata “integrazione” o meglio assimilazione al nostro modello, si ritiene - forse purtroppo non a torto - che l’impiego di richiedenti asilo in lavori utili per l’intera società metterà in moto atteggiamenti di maggior accettazione sociale della loro presenza sul territorio. Parallelamente si instaura però una logica restitutiva: dal momento che lo stato italiano “offre accoglienza” a chi arriva nel nostro paese, ci si aspetta che chi chiede protezione si debba “sdebitare”, con del lavoro non retribuito, per questa gentile concessione, con del lavoro non retribuito, dimenticando che il diritto di asilo è normato a livello internazionale e garantito dalla nostra Costituzione. Come se un diritto debba essere in qualche modo ripagato.
Vi è il forte rischio che i richiedenti asilo potrebbero essere chiamati a svolgere lavori degradanti o che sotto la maschera del “volontariato” si sfrutti la manodopera a disposizione ottenendo un effetto contrario rispetto a quello sperato. In un contesto di crisi economica e di crisi del lavoro si alimenta una “guerra tra poveri”.
Sorprende negativamente che sia stato necessario legiferare su un argomento che è già definito. I richiedenti che spinti da proprie motivazioni personali vogliono impegnarsi in attività di volontariato lo possono già fare senza alcuna restrizione, mentre è possibile svolgere attività lavorativa trascorsi sessanta giorni dalla presentazione della domanda di asilo. Evidentemente era necessario sottolineare la questione e ammantarla di un manifesto paternalismo…
Del resto, come sempre, non è stata presa in considerazione la soggettività dei migranti.

(Ben)venuti - Luglio 2017

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La casella giusta!

 

In quale direzione si stiano muovendo l’Unione Europea e i diversi Stati membri, Italia compresa, nell’affrontare il fenomeno migratorio è ben chiaro a tutti. E’ però forse meno noto in che modo tali politiche di chiusura si traducano nella vita dei richiedenti asilo giunti nel nostro paese.
La Questura di Milano, ad esempio, da ormai 15 mesi, come già denunciato dal Naga e altre realtà, si sta arrogando compiti che non le competono preselezionando in modo del tutto arbitrario le persone ritenute “meritevoli” di accedere alla procedura di asilo e notificando provvedimenti di espulsione a chi viene considerato un “migrante economico”. Tale scrematura viene fatta sulla base del cosiddetto “foglio notizie” che viene fatto compilare ai richiedenti convocati in Questura per il fotosegnalamento, al fine di far dichiarare alla persona i motivi dell’arrivo in Italia e di valutare, in modo totalmente discrezionale, chi può accedere alla procedura e chi invece deve essere allontanato: se barri la casella giusta rientri, altrimenti no!
Questa nuova modalità messa in atto anche da altre Questure italiane altro non è che l’adozione del cosiddetto hotspot approach che ha la pretesa di poter dividere i “veri rifugiati” dai migranti economici non tenendo in considerazione né la grande concatenazione di cause che obbliga le persone a partire né le norme nazionali e internazionali che garantiscono il diritto di asilo e che prevedono una valutazione individuale di ogni singola richiesta.
Di recente sono stati notificati dei provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale anche a persone già in carico al sistema di accoglienza gestito dalla Prefettura di Milano e presentatesi in Questura su invito della stessa per avviare la procedura di richiesta di protezione internazionale. Persone che dalle regioni del sud erano già state trasferite in Lombardia in qualità di richiedenti asilo.
Si tratta di un sistema evidentemente schizofrenico che muove le persone come delle pedine e fornisce informazioni contraddittorie di volta in volta.
È infatti di inizio 2016 una circolare ministeriale firmata dal Prefetto Mario Morcone, allora a capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, che, rivolgendosi alle Prefetture e agli organi di polizia, ribadiva che le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale hanno “la competenza esclusiva non solo ad esaminare, nel merito, la fondatezza della domanda di protezione, ma anche a decidere sull’inammissibilità della domanda medesima”, e continuava ricordando che “non esistono nel nostro ordinamento ‘categorie’ cui attribuire o negare a priori la protezione internazionale, ma solo casi di persona che, indipendentemente dalla loro nazionalità, in presenza dei presupposti previsti dalla legge possono avere diritto alle garanzie contenute della Convenzione di Ginevra”.
Parole che a quanto pare sono cadute nel vuoto.

(Ben)venuti - Maggio 2017

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Guardie e Ladri

 

Il legislatore ci riprova! Questa volta tocca all’operatore responsabile della struttura di accoglienza per richiedenti asilo, considerato dalla legge “pubblico ufficiale a ogni effetto di legge”. Ricordiamo il precedente con i medici che prestavano cure ai “clandestini”, anche loro avrebbero dovuto denunciare. IoDiserto è la rete nazionale degli operatori sociali nata allo scopo di difendersi dalla nuova Legge Minniti-Orlando: “Ci vogliono anello della catena di controllo sociale e repressivo. #IoDiserto perché se dobbiamo essere complici lo saremo con chi queste politiche le subisce e non con chi le promuove”. Il Governo Gentiloni dimostra così di non essere all’altezza della situazione e di aggravare le condizioni dei diritti, già pessima nel nostro Paese, dei richiedenti asilo e protezione internazionale. L’operatore sociale ha una funzione di mediazione e di accoglienza non di controllo e sicurezza. L’attribuzione di questo compito improprio e inopportuno mette a rischio la relazione di fiducia tra operatore e utente. Chi accoglie e propone percorsi di inclusione e integrazione può farlo solo in un ambiente protetto. Un ambiente protetto non è abitato e presidiato da pubblici ufficiali con funzioni di controllo e denuncia ma da operatori sociali, educatori, mediatori, psicologi, assistenti sociali, insegnanti. La retorica istituzionale e politica della criminalizzazione dello straniero continua, per fortuna c’è chi diserta!

 

(Ben)venuti - Marzo 2017

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Mezzi e fini

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Ogni giorno forniamo assistenza sanitaria, sociale e legale ai cittadini stranieri. Ma questo non è il nostro fine.



L’incontro quotidiano con i cittadini stranieri è, per noi, uno strumento attraverso il quale guardare il mondo. Mentre risolviamo problematiche, queste diventano un’occasione per esplorare, analizzare e indagare il fenomeno di cui sono parte.
Negli ultimi anni abbiamo incontrato al Naga un numero sempre crescente di richiedenti asilo che, ospitati in centri di accoglienza, ne raccontavano le condizioni più diverse.  
Abbiamo così deciso d’indagare il sistema dell’accoglienza a Milano e Lombardia e di creare un osservatorio, un gruppo di lavoro costituito da volontari del Naga che svolge, attraverso un lavoro di interviste, sopralluoghi e ricerca, un monitoraggio costante con l’obiettivo di portare alla luce una fotografia dettagliata, viva e reale su come viene gestita l’accoglienza in Lombardia.
Il sistema dell'accoglienza è composto da tante singole esperienze e, in questa newsletter, ne porteremo alla luce alcune come esempi delle variegate e difformi realtà e soprattutto come spunti di riflessione sull'intero sistema che le determina nelle forme e nelle pratiche.
Ci immaginiamo infine questa newsletter come uno spazio aperto, il Naga porterà il suo punto di vista, speriamo di ricevere anche i vostri: osservatorio@naga.it


La redazione della newsletter

 

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